La ‘gowa’, la tipica barca in pelle di yak
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Lo Tsangpo, il fiume che nutre il Tibet dall’estremo ovest all’estremo est, nasce dalle pendici del Kailash, la montagna sacra per eccellenza nell’antica cultura Bön, in quella buddhista tibetana e in quella induista. Da migliaia di kilometri di distanza arriva nella valle dello Yarlung, dove si è sviluppata la civiltà e la cultura tibetana. Enormemente largo e limaccioso nel periodo monsonico, limpido e poco profondo da ottobre in poi, Sven Hedin lo descrive nel primo’900 come la via di comunicazione del popolo tibetano, affollato di gowa che trasportano pellegrini e merci.Per costruire una gowa servono le pelli di 4 yak adulti e il lavoro di tre uomini per quatro giorni. L’intelaiatura è fatta di rami di salice; le barche così ottenute sono capienti e assolutamente impermeabili. Lo stesso sistema viene ancora usato ai giorni nostri.
La
navigazione
si svolge sulla sponda sinistra dello Tsangpo. Inizia dalla confluenza
del fiume Kyiciu con lo Tsangpo, a Simpori; si costeggia la sponda sinistra del fiume, con villaggi che vivono ancora in
un’atmosfera naturale e antica. L’arrivo al campo è rilassante perchè le tende sono già state montate dallo staff sulla sabbia delle spiagge dello Tsangpo, non rimane quindi che sedersi, sorseggiare un the e godersi i magnifici tramonti, in un atmosfera di calma e serenità, mentre sull’altra sponda la civiltà -abbandonata per pochi giorni- continua insolente ma con poca possibilità di disturbare. Ma le giornate in questa parte del viaggio non consistono solo di navigazione e campeggio. A Simpori, con una breve passeggiata, si va a visitare una antico e piccolo gompa. I rituali in questo monastero vengono svolti dal capo del villaggio. Durante i picnic, che vengono preparati sulla spiaggia e spesso nella vicinanza di campi coltivati, non manca l’opportunità di vedere arare conaratri di legno trainati da pazienti yak. A Dorge Drag, un monastero che sorge sulle rive del fiume, si può dormire nella guest house e usufruire della disponibilità dei monaci, in un silenzio avvolgente. L’incontro con l’anziano Geshe ripaga delle lunghe ore di navigazione. A Ngadrag, una breve passeggiata sopra al caratteristico villaggio porta in un simpatico monastero gestito da monache. La cucina non molto linda e un filino buia fa immaginare il Tibet vissuto secoli fa da Manning, da Bogle e altri pionieri di passaggio in questa terra. L’arrivo a Samye mette fine a questa magnifica avventura fuori dai tracciati normali. Ma ora altri luoghi isolati e stupendi vi attendono sulla strada che scende verso il Nepal. |
gowa stormo di gru lavori nei campi tramonto |