I  TIBETANI

 

 

"I Tibetani": indice

 

Premessa

Cap. 1 --- Tibetani in Tibet

Arrivo a Lhasa

Nella città vecchia

Norbu Lingka

Un monastero di monache

La morte

I grandi monasteri nei dintorni di Lhasa

Verso nord

Verso Namtso

Incontro con i nomadi

Ritorno a Lhasa

Discesa in barca

Tsethang

A sud di Tsethang

Il lago Yamdrok Tso

Gyantse

Shigatse

La strada per il confine

 

Cap. 2 - Tibetani fuori del Tibet

Dharamsala

Un monastero nella valle

Tsopema

Vita nei monasteri in India

Tibetani in Occidente

Ritorno in Tibet?

Tre interviste

Epilogo

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Estratto da "I tibetani" di Franco Pizzi  

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Incontro con Drupön Dechen

 

A Tsurphu, un’altra figura straordinaria era Drupön Dechen, il maestro di ritiro ora defunto. Drupön Dechen, originario del Ladakh, fu inviato molti anni addietro in Tibet per seguire i lavori di ricostruzione del monastero e per assistere con la sua esperienza i monaci che intraprendevano il ritiro di tre anni. Era un meditatore di professione. Pochi sapevano della sua esistenza ed egli viveva in una piccola casa, sulla sinistra, entrando dal  

 

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portone principale. Il  suo interno consisteva di un grande altare e, davanti a esso, d'una sedia di meditazione. Questa era formata da una base e quattro assi in legno; 1'asse frontale era leggermente più bassa delle altre, in modo che si potesse mettere davanti un tavolino su cui poggiare gli strumenti rituali e i testi di lettura; 1'asse posteriore era invece più alta, per potersi appoggiare durante il sonno notturno. Perchè, in effetti, egli passava giorno e notte in questa specie di cassa: di giorno meditava e riceveva la gente; di notte vi dormiva. Chiunque volesse andargli a parlare era benvenuto: egli non faceva alcuna distinzione fra le persone e si metteva a loro completa disposizione.

L'ultima volta che 1'incontrai, mi fece sedere vicino a lui. Mi chiese come stavo e quali fossero le notizie che gli portavo dall'lndia, del monastero con il quale eravamo entrambi in connessione e d'un monaco ladakho suo discepolo, ora in ritiro. Mi diede consigli sulla mia pratica, invitandomi a parlare ad alta voce perchè era un po' sordo, sorridendomi e incoraggiandomi. Mi parlò della giovane reincarnazione del mio maestro e quindi mi congedò, consegnandomi una lettera per il monaco, un laccetto di protezione per me, del duzi e 1'invito a passare qualche tempo in ritiro a Tsurphu. La cosa che ricordo con più piacere, e anche con una certa nostalgia perchè mai più si ripeterà, era 1'atmosfera in cui tutto questo si svolgeva. Egli stava seduto sulla sua sedia a gambe incrociate e, su di esse, teneva un pesante mantello di pelle foderato di pelliccia di yak, sorridente e tranquillo. Con il suo sorriso invitava a dire tutto quello che volevo, senza paura o vergogna. La camera era avvolta in un'atmosfera di serenità diffusa dalla sua persona e i suoi occhi, fissi su di me, erano colmi di bontà. Non lo rividi più. Quello che mi rimane, oltre alla memoria, è una tsatsa fatta con le sue ceneri e le sue ossa.

 

VERSO NAMTSO

Decidemmo di piazzare la tenda in un prato lontano dal monastero e dal villaggio. Volevo un po' di tranquillità per pensare a Drupön Dechen. Andai a fare una passeggiata su un colle non molto lontano dall'accampamento e, al mio ritorno, il cielo cominciava a oscurarsi con pesanti nuvole dal sud. All'ora di cena si 

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scatenò un temporale che durò alcune ore. Era già buio quando decisi di tornare nella tenda che trovai completamente allagata. Pensammo di andare a chiedere ospitalità in una casa nel villaggio. La strada era pericolosa perchè si era trasformata in un torrente e bisognava attraversare ponti molto stretti e non proprio sicuri, ma alla fine arrivammo. Il villaggio era già immerso nel buio. La gente si era ritirata in casa, al riparo dalla pioggia.

I villaggi tibetani sono generalmente un gruppetto di case disposte senza nessun criterio apparente. A volte sono addossati alla montagna, a volte si trovano in una piana; ma normalmente, alle loro spalle, v'è un riparo naturale. Le stradine seguono un percorso conosciuto solo agli abitanti e le abitazioni sono addossate le une alle altre: tanto che, molte volte, risulta facile saltare da un tetto all'altro. Questo fu il motivo per cui ci fu difficile orientarci.

L'organizzazione amministrativa del villaggio è delegata a un capovillaggio che ha la funzione di raccogliere le tasse da consegnare al proprietario che governa il territorio in cui si trova il villaggio. Questo può essere un signore autonomo, un monastero, oppure il governo centrale di Lhasa. Il  capovillaggio è affiancato dal consiglio degli anziani nell'amministrazione della giustizia e la sua nomina dipende dalla sua influenza, ricchezza e intelligenza. Il suo mandato può essere esteso negli anni: fino a diventare ereditario. Il consiglio degli anziani è formato, appunto, o da anziani oppure da capi precedentemente eletti. I campi appartengono alle singole famiglie, mentre vi sono delle proprietà comuni a tutto il villaggio, come i pascoli o le foreste. I poderi che sono concessi dal signore prendono il nome della famiglia che li abita e li sfrutta, e la proprietà è ereditaria. Infatti il <<padrone>> non può riprendersi la terra quando vuole se l'usufruttuario gli corrisponde regolarmente le tasse e i servizi richiesti.

Le case tibetane viste dal di fuori danno l'idea d'un castelletto. Circondate da un alto muro di cinta, sul tetto si trovano delle costruzioni simili a torrette, con bandierine che si muovono nel vento. Sono costruite con pesanti mattoni di terra essiccati al sole. I muri, molto spessi allo scopo di riparare dal freddo invernale e dal caldo estivo, sono ricoperti di <<pizze>> di escrementi di yak o di mucca: preziosissime come combustibile per cucinare e per riscaldarsi in un paese così povero di vegetazione. Generalmente le case sono molto spaziose. Hanno poche finestre  

 

 

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e sono divise su due o tre piani. All'entrata c’è un cortile che serve per tenere le bestie e qualche cane, di solito molto feroce. Su un lato è situata la stalla e una toilette, primitiva ma funzionale e igienica: due stanzette, una superiore, con un buco al centro e a un lato della terra con una pala; una sottostante, dove si raccoglie il deposito vero e proprio. Dopo aver fatto i propri bisogni, vi si butta sopra della terra e, ogni tanto, il letame viene svuotato ed utilizzato come concime nei campi. Al piano superiore della casa c'è un ballatoio sul quale si aprono le camere che servono alla famiglia. La cucina può essere più o meno ricca. Spesso il focolare non ha uno sbocco per il fumo, rendendo la respirazione difficile. La camera da letto di solito ospita tutta la famiglia. I Tibetani hanno infatti 1'abitudine di dormire tutti insieme, per il freddo. In ogni casa, sia essa ricca o povera, è presente un lhakhang - il tempietto -, di solito una camera più grande delle altre, in cui una parete è coperta dall'altare sul quale sono disposte statue di varie divinità e foto di diversi maestri, a seconda della scuola a cui la famiglia appartiene. Di fronte a essi vi sono vari oggetti: le lampade a burro che bruciano in continuazione, un contenitore chiamato pekong riempito di tè, e un altro chiamato kapala - una calotta cranica, una volta di osso umano, oggi di rame o d'argento - riempito di chang, offerte per i protettori. Dall'altra parte della stanza vi è un cuscino con un tavolinetto di fronte, destinato al lama che viene a officiare dei rituali per la famiglia su richiesta. La casa è coperta da un tetto generalmente piatto che serve per la battitura dei cereali e come granaio in estate; in inverno, invece, il raccolto viene tenuto al piano terra, in un locale fornito di un impianto di aerazione naturale.

Bussammo a una porta e l'autista chiese alla famiglia se c'era posto per uno straniero. La risposta fu affermativa e mi condussero nel lhakhang. La stanza era in condizioni tali che, per un momento, decisi di dormire sul sedile del Toyota. La padrona di casa, dalla mia espressione, comprese la situazione e mi disse che avrebbe sistemato tutto in cinque minuti. Nel frattempo io aspettavo in cucina, in compagnia dell'autista, del marito e di due piccoli diavoletti: seminudi e con poca intenzione di dormire. Un bel focherello ci riscaldava e ci asciugava dall'umidità della pioggia. Bevendo il loro chang, scoprii che la famiglia era connessa con il monastero di Tsurphu. La signora tornò  

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poco dopo invitandomi nella mia camera: era completamente cambiata d’aspetto. Alla luce d'una lampada a petrolio, vidi che tutto era stato pulito e mi era stato preparato un letto con dei cuscini come materasso, un tappeto di lana sopra di essi e delle coperte; la testa era rivolta all'altare e tutta l'atmosfera era confortevole e invitava a coricarsi.

Al mattino fui svegliato dalle grida del due diavoletti. Feci colazione con la famiglia a base di tè tibetano e tsampa - farina tostato, impastata con tè o acqua - un pasto molto nutriente. Offrii qualche yuan ai nostri ospiti, ma essi non li accettarono. Dopo ringraziamenti, saluti e auguri, ripartimmo per il lago Namtso. 

Il mio autista, Dorje, era un giovane tibetano molto discreto e disponibile per ogni cosa di cui avessi bisogno. Poco lontano dalla casa fummo fermati da alcuni abitanti del villaggio che ci dissero che un pericoloso yak con 1'abitudine di assalire macchine e autobus era a passeggio sulla strada in cerca d'un bersaglio e che conveniva aspettare che desistesse. Chiesi a Dorje cos'era questa storia ed egli, con calma, puntò l'indice su una grossa massa nera davanti a noi: lo yak! In effetti, era enorme e sembrava si guardasse attorno aspettando il momento giusto per assalirci: in quel momento eravamo gli unici a dargli la possibilità di divertirsi. Intanto, alcune persone si erano avvicinate alla macchina e, ignare del fatto che conoscevo la loro lingua, cominciarono a descrivere le prodezze di quello yak. Sembravano veramente racconti paurosi ma, conoscendo 1'esagerazione con cui i Tibetani colorano gli episodi, non sapevo se ridere o meno. Dorje, comunque, aveva preso la decisione di aspettare e così rimanemmo fermi per una mezz'ora: quando infine il <nemico> si ritirò in un recinto, noi passammo a tutta velocità, con 1'autista che recitava mantra al ritmo del suo motore… 

 

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