VIAGGIO IN NEPAL 10 GIORNI

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il garuda da il benvenuto in aeroporto

 

 

un tempio a pashupatinath

 

 

decorazione in pietra 

 

 

tempietti a durbar square kathmandu

 

 

bhairav a durbar square

 

 

immagine di shiva sul tetto di un tempio

 

 

bagno per signore al palazzo reale

 

 

trasporto tubi

 

 

un angolino a swayambunath

 

 

i buddha lungo le scale a swayambunath

 

 

i bimbi giocano

Eccomi qua, carissimi, a raccontarvi la mia avventura nepalese.

Ho fatto tante foto ed ognuna di esse racconta una mia emozione, sia essa una scena di vita o la serenità degli anziani o il sorriso di un bambino o le incredibili architetture dei templi o dei palazzi. Proprio per questo mi riesce difficile scegliere e ne ho messe tante anche su facebook.

Ma cominciamo con ordine.

Che dire del Nepal? All’inizio è stato un po’ sconcertante. A me che ho ancora vivi alcuni ricordi dell’ultima guerra, appena uscita dall’aeroporto ha dato l’impressione di un paese i cui abitanti abbiano dovuto lasciare a metà le loro cose per fuggire, ma poi…..ne sono stata conquistata totalmente.

Ho comunque deciso che il Nepal è sicuramente un paese a metà…

A metà sono le case, costruite fino al primo piano mentre dal secondo spuntano solo le colonne in cemento armato con gli spuntoni di ferro. Quasi tutte hanno i tetti a bandoni di lamiera che contribuiscono a rafforzare questa impressione di precarietà.

A metà è l’erogazione dell’energia elettrica che funziona solo per brevi periodi, quasi sempre di notte, per cui devi fare attenzione per ricaricare il telefonino o la fotocamera.

A metà anche l’acqua che, conservata in cassoni sui tetti, verso mezzogiorno finisce.

A metà ho trovato anche le strade nelle quali fervono lavori: il monsone se le porta via ogni anno e i nepalesi, tenaci, ogni anno le rifanno ben consapevoli dell’inutilità del loro lavoro…

Perfino la carta igienica ho trovato a metà, nel senso che nella prima metà ci sono i fori per lo strappo e nella seconda metà no (danni del black out?).

Ad un certo punto ha smesso di funzionare anche la mia fotocamera e sono dovuta correre a comperarne un’altra. Solo dopo ho scoperto il trucco per farla funzionare ancora ma quella nuova mi è stata molto utile quando si scaricavano le batterie dell’altra.

Ho vissuto tutto questo con animo sereno, non mi sono persa nulla di tutto ciò che il Nepal poteva offrirmi, cominciando dai paesaggi terrazzati fino ad altezze incredibili, ai fiumi incassati tra le montagne (ho attraversato il Trishuli su un ponte sospeso ma non ho potuto fare foto perché proprio quel giorno mi si era rotta la fotocamera e ho raccolto, sul greto del fiume, tanti bei sassi che mi sono portata in Italia), alle strette vie di Thamel straripanti di negozietti, all’emozione intima, quasi sacra, che procura la vista delle cerimonie funebri a Pashupatinath, ai mercatini colorati di verdure e di spezie. Mi sono divertita a rubare con un clic momenti di vita, in cui ho potuto ammirare l’operosità della gente che non si tira indietro davanti alle fatiche più dure, ho apprezzato la pulizia nelle strade e negli alberghi ma mi si è stretto il cuore quanto ho visto il sacro fiume Bagmati ridotto ad una discarica. Eppure per le strade di Kathmandu ed anche fuori ho visto fare, anche se in modo rudimentale, una specie di raccolta differenziata!

Sono stata completamente conquistata dalla gente, sempre serena e sorridente, mai un rifiuto alla mia richiesta di fare una foto, anzi le mamme ti offrono i loro bambini, i nonni i nipotini con un piacere che vedi essere genuino. I bambini ti conquistano ma gli anziani mi hanno letteralmente soggiogata, con la loro pelle incartapecorita dal sole e dalle fatiche, con la loro serenità che sembra eterna e immutabile come il Buddha. Non avendo bar in cui poter fare quattro chiacchiere, si riuniscono in "parlatoi", così li chiamava la guida, "salotti comuni" preferisco chiamarli io, per parlare, giocare a carte o a scacchi o anche solo fumarsi una sigaretta.

Poi le bellezze antiche, case dalle incredibili finestrelle intarsiate, modeste abitazioni con portoni ed architravi finemente elaborati, i cortiletti nascosti in cui scoprivi angoli di uno charme unico, gli affascinanti templi di Bhaktapur di cui avresti voluto immortalare ogni particolare e l’immobilità, nelle sue stradine, della vita che sembra essersi fermata a secoli addietro.

Lo stupa di Boudhanath regala grandi emozioni, così piantato in mezzo alla piazza circolare, come una torta di compleanno, con la sua monumentalità splendida, con quegli occhi che ti guardano e che sembrano farti il dono della tranquillità interiore. Non si poteva salire perché stavano imbiancando la cupola, gettavano secchi di acqua e calce bianca o gialla, chi da sotto e chi da sopra, in modo da ravvivare la forma del fiore di loto togliendo le impurità lasciate dai piccioni. Incredibile anche nell’ingegnosità di queste piccole cose, il Nepal. E tutto intorno una miriade di monasteri tibetani, quelli dei monaci fuggiti dal Tibet cinese. Una meraviglia! Una pausa per un caffè mi ha fatto scoprire la realtà degli esercizi commerciali che assumono giovani con qualche handicap che, diversamente, non troverebbero lavoro. Anche il ristorante dell’hotel Utse a Kathmandu è uno di questi: sei servita con un sorriso che arriva alle orecchie e con una gentilezza commovente, non importa se poi devi ripetere l’ordine ad un’altra persona.

L’alba a Nagarkot non ci ha regalato lo spettacolo delle montagne himalayane, per via della foschia, ma quello, ugualmente bello, di un villaggio sul pendio della montagna, attraversato a piedi proprio nel momento in cui la vita si stava svegliando. Dice che ottobre sia il periodo migliore per vedere le montagne…tutto non si può avere. Ci riproviamo a Pokhara, sulle colline di Sarangkot, dove ci sono anche monaci birmani e thailandesi ad aspettare l’alba con noi. Questa volta abbiamo più fortuna e, anche se per poco, riusciamo a vedere le montagne innevate della catena dell’Annapurna e la cima svettante del Machhapuchhre, il monte proibito, poi la foschia copre tutto.

Il lungolago di Pokhara, in cui si trovava l’hotel, è grazioso, pieno di vita, di negozi, di cambiavalute, molto turistico. Ho apprezzato di più la tranquillità di Pokhara vecchia, con poca gente, bei palazzi antichi, quelli rimasti o ristrutturati dopo il terribile terremoto del 1934. Sono rimasta colpita dalla moltitudine di gente che si reca a Dakshinkali per sacrificare alla dea Kali animali che farebbero proprio a meno di questo onore, abbiamo fatto benedire dall’anziano guru ed appendere da un bambino svelto come una scimmia, un rotolo di bandierine di preghiera a Pharping, ho assorbito l’atmosfera tranquilla della vita di Kirtipur, ho provato su di me il vibrare delle campane tibetane a Patan ed ho vissuto nella mia fantasia i fasti del suo palazzo reale, apprezzato l’abilità degli intagliatori di Bungamati, dove il dio Rato Machhendranath risiede per sei mesi e poi, con una grande festa, va a trascorrere gli altri sei a Patan. Khokana, quasi completamente distrutta nel 1934, sembra fare fatica a risollevarsi, ma gli abitanti lavorano la paglia o la lana seduti sulla soglia di casa, per strappare il necessario per vivere, con una serenità che affascina.

Ho dovuto limitarmi a fotografare Changu Narayan, che avrebbe meritato molto, perché la batteria della fotocamera si stava scaricando, cosa che è poi successa lasciandomi l’amaro in bocca.

E poi lo stupa di Swayambunath sulla cima della collina di Kathmandu, circondato da tantissimi templi sia induisti che buddisti, che sembrano soffocarlo. L’incredibile varietà di bancarelle di ricordini viene facilmente dimenticata di fronte allo spettacolo della gente che fa offerte, accende lumini, prega intensamente.

La Kumari affacciata alla finestra della sua casa-tempio a Kathmandu mi ha emozionato per la serietà con cui affronta il suo ruolo di dea-bambina, l’immensa Durbar Square mi ha affascinato con la sua miriade di templi, le sue sculture complicate e splendide, il palazzo reale trasformato in museo, le stradine strette e brulicanti di vita. Tutto è stato un sogno. Una cultura diversa, accomodante e mai intollerante tanto che alcuni templi sono frequentati sia da induisti che buddisti in pacifica convivenza.

Ed infine il Parco Nazionale di Chitwan……la divertente passeggiata a dorso d’elefante, gli animali che fuggivano al nostro passaggio e l’immobilità del rinoceronte che faceva il bagno nel suo laghetto, gli uccelli (non molti per la verità) e la tranquillità del soggiorno spartano, quasi essenziale, all’Unique Wildlife Resort.

Un viaggio bellissimo che avrebbe meritato più tempo per andare a conoscere i villaggi sparsi nelle vallate Hymalayane ed i panorami incontaminati tra le montagne. Sarà per la prossima volta!

Un grazie davvero a voi per la vostra continua presenza rassicurante e per aver reso possibile questa magnifica esperienza.

Al prossimo sogno….

Rossana

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bhaktapur palazzo dalle 55 finestre

 

 

porta di un tempio a patan

 

 

patan vista sui cortili interni

 

 

la folla a dakshinkali

 

 

dakshinkali i guardiani della dea

 

2 sorelline a bungamati

 

il lungo-lago a pokhara

 

 

nagarkot le serre per i funghi

 

 

chitwan tipica casa etnia tharu

 

 

chitwan safari con gli elefanti

 

 

chitwan piantine di riso da piantare

 

 

un tempietto a pharping