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Navigando
sullo Tsangpo
Nuovo
viaggio in Tibet, nuovo viaggio sulle gowa. Quest’anno
eravamo in sei, un gruppetto simpatico già dal primo momento: dopo l'incontro
all'aeroporto di Kathmandu, ci siamo avviati verso il pulmino fra la solita
folla di ragazzetti che tentano di prendere le valigie o che s'inventano qualche
stratagemma per raccimolare un pò di soldini; quando arriviamo al nostro mezzo
di trasporto, il rappresentante dell’agenzia locale offre la tradizionale
collana di fiori ai clienti. Uno di essi, seccato, lo respinge con un: “Non
voglio nulla!”. Immaginate il viso rabbuiato ed offeso dell’agente che mi
guarda e mi dice: “Ma non vuole i fiori?”. Immaginate il viso del cliente
quando gli spiego che non cercava di vendere fiori ma che si tratta di una
cortesia tradizionale. Insomma, dopo i vari “sorry, sorry” ci avviamo verso
l’albergo, in una Kathmandu tranquilla e priva di posti di blocco militari onnipresenti
fino a poco tempo addietro . L’aereo
parte in orario e stranamente il personale di bordo, nei viaggi precedenti
silenzioso come una tomba, ora ci
comunica che stiamo passando vicino all’Everest! Si
atterra a Gonkar airport. Quali cambiamenti! Oramai sembra di essere in un
aeroporto occidentale: professionalità, velocità e soprattutto pochi controlli-
una grande gioia perchè questo ci permette di importare la nostra "merce
proibita": salumi, formaggi, prosciutto, spaghetti ed altre leccornie che
ci serviranno durante il viaggio. Il
cambiamento principale a Lhasa riguarda la visita al Potala. A causa dell’enorme afflusso di turisti, -cinesi
e occidentali-, il governo locale ha
limitato il numero di biglietti d’ingresso per giorno. Bisogna salire la
“santa scalinata” a piedi e appena entrati si dispone di “esattamente”
un’ora per la visita, pena una sgridata e probabili altre sanzioni per la
guida locale. Quindi affannati ci precipitiamo per le sale del Potala; molte
sono chiuse [forse per sveltire il percorso], in altre non si può più entrare,
si può guardare soltanto dalla
porta. Ovviamente così non si riescono ad ammirare i magnifici mandala in oro
in tutti i loro particolari. Arriviamo all’uscita giusto in tempo; manca un
minuto - siamo salvi! Il
giorno dopo inizia la parte più particolare del viaggio, 3 giorni di
navigazione sullo Tsangpo sulle barchette di pelle di yak. Prima di partire
andiamo a vedere la stazione ferroviaria di Lhasa. La guida tergiversa, ci
avverte che non possiamo fare foto etc. Ma noi andiamo lo stesso. Edificio
futuristico, pulizia incredibile, vetrate, tabellone in lingua inglese, cinese e
tibetana che annuncia gli orari dei treni, i costi e il tipo di treno. Facciamo
pure qualche foto dall'esterno; d'altronde le stanno facendo anche i tibetani, nonostante ci sia la
polizia a due passi che non mostra il minimo interesse in ciò che stiamo
fotografando. Il
pulman, con la stessa cassetta di musica per due ore, si dirige ora verso
Simpori. Il campeggio viene posto sotto gli alberi, sulla riva sinistra del
fiume, dove due enormi maiali razzolano non molto lontano dalle tende. Lo staff
li allontana con un mirato lancio di pietre e noi siamo tranquilli. Ma è presto
e minaccia pioggia. L’autista ci invita a casa sua; tenta di offrirci del the
tibetano, ma questo viene gentilmente rifiutato da tutti, e si scivola su un the
"normale". La casa è grande, anche se ne vediamo soltanto una stanza,
e gli ospiti sono gentili come possono esserlo soltanto i tibetani in Tibet. Ci
riceve una signora con il viso rugoso, senza denti, che abbraccia una bella
bambina dallo sguardo dolce. Le chiedo l’età; 59 anni. Una visita ai
monasteri vicini e poi via verso il campeggio, sotto una preoccupante
pioggerellina. La
notte passa tranquilla e al mattino saliamo sulle barchette. Il mio rematore si
chiama Tsering [vita lunga]; benchè non sia molto alto è solido come una
roccia, e ha gli occhi come due fessure; ride sempre, anche quando ci troviamo
su uno Tsangpo molto arrabbiato. Dietro, verso ovest, scorgiamo nuvole nere e
basse; davanti, verso est, una tempesta di sabbia. Pochi minuti dopo ci troviamo
proprio nel bel mezzo alla tempesta. Lo Tsangpo riceve il vento contro corrente;
i rematori, legate le gowa tipo trenino, ridono e sembrano instancabili
nonostante la fatica del remare contro vento e lo sballottamento delle barche .
E finalmente arriviamo a Dorje Drak, monastero costruito sulla riva del fiume.
Mi accorgo subito di una nuova strada che, mi dicono, unisce Lhasa a Samye su
questa riva. I Cinesi sono incredibili con le loro fisse per le strade, vanno
dovunque! Per fortuna non è asfaltata, si confonde con le dune di sabbia e in
fondo rende la vita più facile per gli abitanti di questi villaggi che fino a
due anni fa non avevano nessun collegamento stradale. Il pulman di linea per
Lhasa è pronto davanti al gompa! Siamo
ospitati in uno stanzone con sei letti, pulito, con coperte e lenzuola; e
un’altra notte passa tranquilla, dopo 8 lunghe ore di navigazione. La sveglia
è pigra... oggi ci aspettano soltanto 4 ore di navigazione per arrivare a
Ngadrak, e li ci fermeremo due notti. Il tempo è migliore. Come punto di
riferimento per l’arrivo alla meta ci
orientiamo su un'enorme roccia nel
fiume. Ma la roccia non arriva mai, e quando la raggiungiamo non la superiamo
mai, le secche ci bloccano e i barcaioli devono fare lunghi giri. Alla fine
approdiamo. Saliamo
su un trattore il cui cassone, coperto e con delle panche semi imbottite, è
stato trasformato in "vano passeggeri", e cominciamo a traballare per
circa due ore. Passiamo attraverso villagi ancora “naturali”, yak al pascolo,
campi ben coltivati, poca presenza cinese. Ad un certo punto il trattore-pulmino
si ferma e qualcuno lancia sul vano sopra la cabina una pecora con il ventre
aperto, poi lo stomaco e le interiora. Il viaggio continua, e dopo un bel pò si
ferma per scaricare la pecora e quello che le apparteneva. Arriviamo nel gompa
di Zade che è tardi, e ci sistemiamo nelle nostre camerette. Da anni conosco
alcune monache di questo monastero femminile, la cui badessa è sposata; con
loro chiacchiero e mi faccio portare al negozietto per comperare delle birre. La
cena è pronta, e vengono divorate anche le nostre scorte, trafugate in faccia
della dogana! Siamo
a 4400 m. Il mattino dopo saliamo molto molto molto adagio per un sentiero
ripidissimo, verso le grotte che nel VI sec. hanno ospitato Guru Rimpoche con
Yeshe Tsoghiel, la consorte "regalata" al maestro indiano
dall’imperatore Trisong Detsen. Passeggiata meravigliosa, che raggiunge i 4900
m . L'indomani,
ultima giornata sulle gowa: con 3-4 ore di navigazione raggiungiamo
Samye, uno dei più importanti monasteri tibetani, dove il buddhismo fu
dichiarato religione di stato. Arrivo, saluti, abbracci e addii ai rematori, e
via verso il monastero su un pick-up, in mezzo a dune di sabbia e polvere.
Nemmeno stasera abbiamo la
possibilità di lavarci; ma che importa, ci fa assomigliare alla gente locale!
Tant'è che quando arriviamo in un albergo molto bello a Tsedang, per un attimo
ci sentiamo a disagio... Mi
trovo sbilanciato quando andiamo a visitare lo Yumbu Lhakhang: vedo file di
cinesi affrontare i pochi minuti di salita a cavallo o
a cammello, -suppongo, dato il pelo lungo e folto, si tratti di cammelli
del Gobi-. Ne vedo uno accovacciato, mentre
una signora tenta in tutti i modi di salirci sopra; scivola, ritenta e alla fine
con l’aiuto del cammelliere sale soddisfatta! Nei
prossimi giorni il nostro viaggio prosegue verso ovest. Saliamo sul Kampala per
dare uno sguardo veloce al magnifico lago Yamdrok, fra il vento e il freddo: la
strada fino a Nagartse è chiusa perché la devono ri-aggiustare.
Provvisoriamente è stata creata una "piazzola panoramica" per una
sosta fotografica, dopo di che si riscende per la stessa strada e ci si dirige
verso Shigatse. Per arrivare a Gyantse,
lasciata la strada principale, ci inoltramo su una pista di sabbia fra dune e
sabbia; sembra di essere in Africa invece che in Tibet! Fortunatamente finora i
Cinesi hanno tralasciato di asfaltarla...Una pista simile
ci aspetta dopo Sakya. Gli autisti sono riluttanti; così pure la guida, che
passa il suo tempo a dormire, che sia in macchina oppure sulle barche. Ora che
è pronta una meravigliosa strada asfaltata per Shegar, chi gliela fa fare a
soffrire in mezzo al nulla, fra dune e deserto? Comunque io insisto e si va.
Incontriamo un piccolo villaggio, 4 case, semi sepolto dalla sabbia, con una
sorgente d’acqua calda dove le donne lavano; incontriamo vaste aree coperte di
una sostanza bianca, io
credevo sale, ma gli autisti dicono sapone; incontriamo campi ben coltivati e
verdi- da dove prendono l’acqua è un mistero; incontriamo carretti tirati da
cavalli, che procedono nel vento e nella sabbia. Infine
arriviamo a Shegar, cittadina squallida e ventosa, punto di partenza per Rombug
e il campo base dell’Everest; nevischia..! Il
giorno dopo saliamo verso Rombug sotto un cielo nero. Ci fermiamo sul colle,
5200 m, da dove si vede buona parte della catena Himalayana, con al centro
l’Everest, minaccioso e imponente; avvolto dalle nuvole nere, non si degna di
mostrarci la sua cima; sembra quasi che ci dica: “Attenti, voi che volete
scalarmi!” Contrariamente a quanto ci
è stato riportato recentemente nei giornali su questa strada e su Rombug [la
strada è stata asfaltata, con un notevole impatto ambientale; a Rombug ci sono
bancarelle che vendono di tutto, e ci sono persino le prostitute; dico a 5000
m??? mah] nulla è vero; l'ho ritrovata come due anni fa, forse spianata un pò
meglio, ma nient'altro! Al
campo base fa un freddo incredibile e c’è neve; rimango con le guide in
macchina mentre i miei clienti salgono su un piccolo colle per le foto. Al
ritorno visitiamo il monasterino che ospita una comunità di monache e monaci;
all’interno sentiamo:“ cu cu”
- su una colonna è appeso un pendolo svizzeero! Qui si vede la polizia. Da
quando l'anno scorso qualcuno ha tentato di appendere una bandiera tibetana, ci
devono stare anche l’inverno; mi fanno pure pena. La
discesa verso Nyalam si prospetta avventurosa perché a causa di “lavori
stradali” è aperta solo dalle 19 in poi, di sera. Facciamo al buio il tratto
più brutto e più pericoloso per arrivare a Zhangmu, dove ceniamo in un
ristorante tipo pub, -peccato che si sono dimenticati di portarci un ordine e
Barbara va a letto digiuna! Un
freddo, l’attesa in coda per l’apertura della frontiera al mattino... Il
sole è alto e non riesce a raggiungerci fra queste strette gole! Gli ufficiali
di frontiera sono molto compiti e seri e fanno il possibile per sveltire le
pratiche. Peccato che fra un Toyota e l'altro si infila un gregge di capre e pecore che
non sembra abbiano voglia di sveltire nulla. S’infilano sotto le macchine;
vanno prima avanti e poi indietro, e incuranti dei calci ricevuti fanno quello
che vogliono finchè decidono di lasciare spazio alle auto. Si
ritorna a Kathmandu, si ritorna a casa in India; chissà cosa troverò in Tibet
l’anno venturo, l'anno delle Olimpiadi cinesi, -ammesso che ci facciano
entrare? Da Lhasa arriva la notizia che la popolazione tibetana brucia incenso
in tutta la città per la medaglia d'oro del congresso americano conferita al
Dalai Lama; mi dicono che c’è molta polizia che controlla, ma senza
intervenire, e che i monaci di Drepung sono confinati nel loro monastero. E il
Presidente Hu, intanto, parla di riforme democratiche. Mah! Un
bel viaggio.... franco pizzi |
il potala con la gru
mercato al barkhor
sotto al potala
acconciatura amdo
studio durante il dibattito...
la stazione di lhasa
la partenza in gowa
il punto di riferimento
paesaggio a zade
lo yumbulhakhang
cammello per la salita...
lo yak per le foto a yamdrog
deserto di sabbia
e' sale o sapone?
villaggetto nel deserto
particolare sul monastero di rombug
il cuculo dentro al monastero
le capre a zhangmu |