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UNA GITA NEL MUSTANG INFERIORE
slideshow su flickr prossimo viaggio
E così…quest’anno niente Tibet. Per qualche strano
motivo i miei clienti e io, mentre eravamo a Kathmandu in attesa di volare a
Lhasa, ci siamo sentiti dire di no, il permesso per il Tibet questa volta non
ce lo davano... Che fare? Guardiamo la mappa del Nepal e decidiamo per il
Mustang Inferiore che nessuno di noi aveva visitato: un misto di passeggiate e
trasferimenti in macchina, da non stancarci troppo, a differenza del Mustang
vero e proprio dove bisogna fare dieci giorni di trekking dormendo in tenda.
Saliti sulle Toyota, ci troviamo a Pokhara, punto di partenza per la nostra
avventura, e da qui ci spostiamo a Tatopani, portandoci in su verso il
Mustang. Il Mustang, il cui nome sembra originarsi dal tibetano Mun
Tan [smon thang] che significa “pianura fertile”, originariamente
apparteneva al regno di Lo ma ora fa parte del Nepal. Viene anche definito
come “il Tibet fuori dai confini tibetani”, perché il piccolo regno riuscì
a sfuggire alla “pacifica invasione cinese” nel ’51. Una volta famoso
lungo la via del sale, ora si mantiene con l’allevamento di bestiame, il
commercio, e, naturalmente, il turismo. Ci troviamo quindi in una regione di
religione e cultura a maggioranza buddhista, e in alcune parti anche di lingua
tibetana. Tatopani, un piccolo villaggio con un’unica strada pavimentata con lastre di
pietra, senza macchine come un isola pedonale, è noto per le sue sorgenti di
acqua calda, ma non ci siamo andati preferendo fare un gita a Narchung, un villaggetto distante un’ora di cammino. Gli abitanti
–dice la guida- sono di origine mongola, un misto tra buddhisti e induisti,
una comunità di 1000 famiglie di agricoltori e di orafi. Narchung si trova a
un altezza di 1346 metri e l’unica via di accesso è un ponte sospeso,
vertiginoso ma sicuro. L’ingresso al villaggio è contrassegnato da una
costruzione in pietra assomigliante a uno stupa
-come spesso si trovano nei villaggi tibetani- tirata
tra un albero e un pinnacolo situato al centro dello stupa.
Le case fatte in pietra con tetto in ardesia non hanno nulla a che vedere con
le costruzioni poco carine che si trovano nella valle di Kathmandu. Cammino
fra queste stradine di pietra e sembra di essere in un villaggio di baite
sulle nostre montagne; c’è poca gente –molti sono nei campi a lavorare- e
gli incontri si limitano a tre bambini sorridenti e una giovane donna che dà
istruzioni al sarto seduto per terra con la sua macchina da cucire, a riguardo
di un suo vestito. Ci dirigiamo verso Lete
dove si entra ufficialmente in Mustang e continuiamo fino al villaggio di Tukuche.
Ora siamo davvero entrati in un
atmosfera tibetano-buddhista. Poco prima delle case troviamo un muro mani
e s’intravedono già dei gompa. I gompa,
come dovunque nel Mustang Inferiore, sono relativamente nuovi e quasi tutti
appartenenti alla scuola Nyingmapa, con alcune eccezioni della scuola Sakya e
Kagyu. All’interno sono semplici ma accoglienti. A Tukuche incontriamo
l’abate che nel cortile sta costruendo una statua, e ci intratteniamo con
una breve conversazione in tibetano. Mi sento a casa! A Tukuche, 600 abitanti, come in tutti gli altri villaggi,
siamo ospitati in un piccolo lodge a conduzione familiare. Nella camera
d’entrata noto su un muro una foto del Karmapa e al suo fianco un poster
raffigurante Gesù; la proprietaria vede il mio stupore e spiega che suo
marito è cristiano mentre lei è buddhista. Bene! Passeggiando per l’unica strada, in un cortiletto scopro
un’antica iscrizione che racconta della visita del monaco giapponese
Kawaguchi; era passato di qua sulla strada verso il Kailash e poi verso Lhasa.
Ekai Kawaguchi era stato uno dei pochi viaggiatori che era riuscito a entrare
in Tibet e restarci per tre anni senza essere scoperto all’inizio del 1900.
Scrisse un libro molto interessante su questo suo viaggio, “Three
years in Tibet”. Il paesaggio si fa sempre più arido; la vegetazione
lussureggiante delle valli lascia il posto a vastissime vallate dominate dalle
maestose catene del Nilgiri e Dhaulagiri coperte di ghiaccio; infatti la sera
fa molto freddo e non c’è riscaldamento tranne il sacco a pelo. A un ora di macchina o due ore a piedi, su una strada che
oramai si può definire “pista”, si trova il villaggio di Marpha, a 2650 metri, con 300 abitanti. Mi viene detto che in
inverno la popolazione scende a 30 abitanti. Il freddo deve essere intenso, già
lo si sente ora che siamo in ottobre, e come in altri villaggi la gente scende
nelle valli più calde del Nepal, oppure vanno a fare qualche pellegrinaggio
in India. Le macchine restano fuori dal villaggio e si entra
passando sotto uno stupa. La strada
è fatta con lastre di pietra e fiancheggiata da case in pietra e negozi,
molti dei quali gestiti da tibetani. Anche qui mi ricordo dei villaggi dei
nostri montanari, un ricordo che mi porterò dietro in tutti i villaggi che
visiteremo. Il pomeriggio andiamo a visitare un moderno gompa
Nyingmapa che ospita 50 monaci. Sopra al gompa
una casetta sostenuta da pali di legno e aggrappata a una parete
rocciosa funge da centro di ritiro e sulla montagna, alla destra, si vede un
enorme stupa. Mi chiedo come hanno
fatto a costruirlo lì sopra, ma guardando meglio mi accorgo che si tratta di
una roccia dipinta come uno stupa. Magnifica la vista del villaggio dal tetto del gompa!
Qui le case mi fanno pensare ai villaggi ladakhi. I tetti piatti -dai quali
sventolano le bandierine colorate- sono coperti di grossi tronchi di alberi al
posto delle pizze di escrementi di yak in Ladakh. Ma non ci sono camini...dove
bruceranno la legna, e da dove uscirà il fumo? Il giorno seguente mi avvio a piedi verso Jomson,
a 2743 metri. Cammino da solo attraverso una valle deserta, bellissima. Non
c’è un suono, rarissimi gli automezzi. Cammino con il naso all’insù, mai
stanco di guardare i ghiacciai che mi circondano. Sembra che su quei ghiacciai
viva un signore... il signore del vento che ogni giorno, stufo della
solitudine, verso le 11 comincia a soffiare sulle valli, e smette di farlo
intorno alle 16, lasciando che il freddo scenda dalle montagne. Nonostante questo turbinare di polvere il cielo rimane
blu-cartolina e non una nuvola si vede durante la nostra permanenza in
Mustang. All’incirca un’ora da Jomson vedo sulla mia sinistra
un villaggio che se ne sta tutto solo su una collinetta, Syang. Superati i soliti stupa
votivi mi trovo fra le casette chiuse con lucchetti, il silenzio e il signore
del vento. È deserto! Trovo soltanto una bimba in vena di sorrisi, e in un
cortile, una coppia che costruisce una corda di canapa. Mi avvicino per
fotografare ma sembra che non gradiscano, quindi proseguo verso il gompa
–Sree Tashi Lhakhang della scuola Nyingmapa- costruito più in alto delle
case. Scendo dalla parte opposta e mi dirigo verso Jomson attraversando una
valle larghissima tagliata da un piccolo fiume; durante il periodo dei monsoni
suppongo sarà impraticabile. Jomson è una città, con un aeroporto! Sempre a
causa del signore che alle 11 comincia a soffiare gli aerei -piccoli- che
collegano Pokhara e Jomson interrompono il lavoro da quell’ora. Anche qui un
unica strada molto larga, con un
mercatino delle verdure e tanti negozi per turisti, compreso l’immancabile
German Bakery. E partiamo per Kagbeni,
il penultimo villaggio della nostra gita in Mustang. Siamo a 2870 metri. Dopo
la visita al gompa Samphel ling
–il fiume sottostante è azzurro e scorre in una sorta di canyon, una
visione magnifica- mi faccio una passeggiata nel villaggio che mi porta sotto
uno stupa il cui soffitto è
decorato con molti mandala e
raffigurazioni del pantheon buddhista. Proseguendo mi trovo davanti alla
statua di un personaggio in piedi che stringe un coltello nella mano destra,
con il pene
eretto. La guida mi dice che è il protettore dell’entrata al villaggio e
che all’uscita si trova la sua compagna. Andiamo a vedere ma, purtroppo, la
compagna è soltanto un ammasso di pietre. Camminando per la stradina stretta
e pulita mi fermo a un negozio gestito da una ragazza tibetana. Passo un po’
di tempo a parlare con lei e mi racconta subito della visita di una cliente
cinese che lei aveva trattato molto male. Infatti Kagbeni sembra essere il
punto di ingresso in Nepal per i tibetani che arrivano dal vicino confine nei
pressi di Drongpa, sulla strada per il lago Manosarovar: su un muro uno
striscione rosso dà un caloroso benvenuto ai tibetani che vi giungono. L’indomani, attraverso un paesaggio arido e stupendo, ci
avviciniamo a Muktinath. In
lontananza intravediamo prima il villaggio di Jarkot che fa capolino sulla punta di una collina, e dietro di esso
spunta Muktinath, circondato dal Dhaulagiri. Ci fermiamo per fotografare
Jarkot e scendiamo su un declivio che finisce in un profondo burrone al fondo
del quale il fiume scorre tranquillo. Mentre mi guardo intorno noto dei
fiorellini e un profumo conosciuto. È timo-serpillo… voi direte: “e
allora?”. Be’, allora niente! Per me è una piantina con tanti ricordi e
ne raccolgo due buste piene. Anche questo particolare mi riporta alle Alpi
dove, nella stagione giusta, andavamo a raccogliere il timo-serpillo per farne
scorta per l’inverno –è considerato un ottimo rimedio contro i
raffreddori-. La casa si riempiva del suo profumo mentre lo facevamo seccare
al sole, sul davanzale della finestra. Finalmente arriviamo a Muktinath, un villaggio disordinato
e pieno di trekkers; infatti trovare le camere è un problema notevole, ma ci
riusciamo. Il nome Muktinath, o anche Muktichhetra,
deriva da “Mukti”, e “nath”, e significa “il luogo della
Salvezza”. Infatti è uno dei 126 luoghi di pellegrinaggio dedicati a Vishnu
che ogni buon induista deve visitare almeno una volta nella vita. Si trova a
3750 metri di altezza. Il tempio dove sto andando, venerato anche dai
buddhisti, è situato all’incirca 30 minuti dal “centro città”; la
strada per arrivarci è costeggiata da bancarelle di proprietà di giovani
donne tibetane molto allegre e con tanta voglia di vendere le loro
cianfrusaglie. Mi sembra di essere tornato nel mercato di Shigatse dove con le
signore –che conoscevo da anni- scherzavamo a lungo; qui non mi conoscono ma
parlare la loro lingua mi apre la porta ai loro sorrisi e alle loro
spiritosaggini. Entrando nel complesso si notano i
tempietti pagodeggianti, e, soprattutto, i sacerdoti, un misto tra
sacerdoti indù e suore tibetane. Il tempio principale dedicato a Vishnu è
semi-circondato da un muro dal quale sgorga l’acqua santa attraverso 108 fontanelle
a forma di testa di toro. I devoti si bagnano sotto di esse o ne bevono
l’acqua. Muktinath mi riserva anche la sorpresa di trovarmi in
autunno, nel senso che il suolo è cosparso di foglie gialle e croccanti
–uno spettacolo che da noi in Himachal Pradesh non vediamo mai!-, gli alberi
si sono messi gli abiti autunnali, e sembra che le valli aride che abbiamo
passato fino a oggi siano scomparse. Poco distante dal tempio principale si
trova il tempio Jwala Mai (Jwala Mukhi)
all’interno del quale due fiammelle bruciano continuamente, alimentate da
gas sotterranei. Per i credenti è un offerta fatta da Brahma. Quando il signore del vento ha smesso di brontolare e
quella enorme palla gialla sospesa nel cielo comincia la sua discesa verso
altri luoghi mi incammino verso il villaggio; e non posso fare a meno di
fermarmi a bere un tè in un localino che porta il nome di Bob Marley! La sera
invece si beve rum per superare il freddo… Il giorno dopo, l’ultimo a Muktinath, facciamo un
escursione sulla cima di un colle a 4070 metri, il confine con il Mustang
Superiore. Attraversando il piccolo villaggio di Jong
faccio conoscenza con un signore, seduto al sole in un cortile, che ha appena
macellato una capra; la pelle con la testa attaccata è stesa a essicare
vicino a lui, e lui riempie le budella con il sangue. Il sentiero sale in una
valle deserta, e mi fanno compagnia profumi di erbe e le montagne innevate che
fanno da corona. Dalla cima del colle, in lontananza, si può scorgere Lo
Manthang –la capitale del Mustang- e il palazzo estivo del re; subito dopo
una montagna segna il confine con il Tibet - in 4 giorni di cammino potrei
arrivarci… Il nostro
viaggio finisce con un rientro veloce a Pokhara dove ci aspetta un albergo di
lusso che offre la possibilità di toglierci un po’ di polvere. Devo dire
grazie a chi non mi ha permesso di entrare in Tibet; infatti mi ha offerto la
possibilità di conoscere una zona himalayana stupenda, abitata da gente
ospitale e sorridente. Forse un po’ scomoda come accesso e come
sistemazione, forse con un cibo ripetitivo, forse un filino fredda, ma
fan-ta-sti-ca! Franco Pizzi, dicembre 2009 |
mappa del mustang ponte a narchung una signora a narchung il sarto di narchung
tukuche marpha:ingresso al villaggio marpha marpha:il nostro lodge marpha: la casetta di ritiro le montagne vicino a Jomson padre e figli a syang paesaggio a syang kagbeni:il villaggio kagbeni:benvenuto ai profughi tibetani kagbeni:vista dal gompa il protettore di kagbeni jarkot case verso il passo a muktinath muktinath:vista dal passo |