UNA GITA NEL MUSTANG INFERIORE

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E così…quest’anno niente Tibet. Per qualche strano motivo i miei clienti e io, mentre eravamo a Kathmandu in attesa di volare a Lhasa, ci siamo sentiti dire di no, il permesso per il Tibet questa volta non ce lo davano...

Che fare? Guardiamo la mappa del Nepal e decidiamo per il Mustang Inferiore che nessuno di noi aveva visitato: un misto di passeggiate e trasferimenti in macchina, da non stancarci troppo, a differenza del Mustang vero e proprio dove bisogna fare dieci giorni di trekking dormendo in tenda. Saliti sulle Toyota, ci troviamo a Pokhara, punto di partenza per la nostra avventura, e da qui ci spostiamo a Tatopani, portandoci in su verso il Mustang.

Il Mustang, il cui nome sembra originarsi dal tibetano Mun Tan [smon thang] che significa “pianura fertile”, originariamente apparteneva al regno di Lo ma ora fa parte del Nepal. Viene anche definito come “il Tibet fuori dai confini tibetani”, perché il piccolo regno riuscì a sfuggire alla “pacifica invasione cinese” nel ’51. Una volta famoso lungo la via del sale, ora si mantiene con l’allevamento di bestiame, il commercio, e, naturalmente, il turismo. Ci troviamo quindi in una regione di religione e cultura a maggioranza buddhista, e in alcune parti anche di lingua tibetana.

Tatopani, un piccolo villaggio con un’unica strada pavimentata con lastre di pietra, senza macchine come un isola pedonale, è noto per le sue sorgenti di acqua calda, ma non ci siamo andati preferendo fare un gita a Narchung, un villaggetto distante un’ora di cammino. Gli abitanti –dice la guida- sono di origine mongola, un misto tra buddhisti e induisti, una comunità di 1000 famiglie di agricoltori e di orafi. Narchung si trova a un altezza di 1346 metri e l’unica via di accesso è un ponte sospeso, vertiginoso ma sicuro. L’ingresso al villaggio è contrassegnato da una costruzione in pietra assomigliante a uno stupa -come spesso si trovano nei villaggi tibetani-  tirata tra un albero e un pinnacolo situato al centro dello stupa. Le case fatte in pietra con tetto in ardesia non hanno nulla a che vedere con le costruzioni poco carine che si trovano nella valle di Kathmandu. Cammino fra queste stradine di pietra e sembra di essere in un villaggio di baite sulle nostre montagne; c’è poca gente –molti sono nei campi a lavorare- e gli incontri si limitano a tre bambini sorridenti e una giovane donna che dà istruzioni al sarto seduto per terra con la sua macchina da cucire, a riguardo di un suo vestito.

Ci dirigiamo verso Lete dove si entra ufficialmente in Mustang e continuiamo fino al villaggio di Tukuche. Ora siamo davvero entrati  in un atmosfera tibetano-buddhista. Poco prima delle case troviamo un muro mani e s’intravedono già dei gompa. I gompa, come dovunque nel Mustang Inferiore, sono relativamente nuovi e quasi tutti appartenenti alla scuola Nyingmapa, con alcune eccezioni della scuola Sakya e Kagyu. All’interno sono semplici ma accoglienti. A Tukuche incontriamo l’abate che nel cortile sta costruendo una statua, e ci intratteniamo con una breve conversazione in tibetano. Mi sento a casa!

A Tukuche, 600 abitanti, come in tutti gli altri villaggi, siamo ospitati in un piccolo lodge a conduzione familiare. Nella camera d’entrata noto su un muro una foto del Karmapa e al suo fianco un poster raffigurante Gesù; la proprietaria vede il mio stupore e spiega che suo marito è cristiano mentre lei è buddhista. Bene!

Passeggiando per l’unica strada, in un cortiletto scopro un’antica iscrizione che racconta della visita del monaco giapponese Kawaguchi; era passato di qua sulla strada verso il Kailash e poi verso Lhasa. Ekai Kawaguchi era stato uno dei pochi viaggiatori che era riuscito a entrare in Tibet e restarci per tre anni senza essere scoperto all’inizio del 1900. Scrisse un libro molto interessante su questo suo viaggio, “Three years in Tibet”.

Il paesaggio si fa sempre più arido; la vegetazione lussureggiante delle valli lascia il posto a vastissime vallate dominate dalle maestose catene del Nilgiri e Dhaulagiri coperte di ghiaccio; infatti la sera fa molto freddo e non c’è riscaldamento tranne il sacco a pelo.

A un ora di macchina o due ore a piedi, su una strada che oramai si può definire “pista”, si trova il villaggio di Marpha, a 2650 metri, con 300 abitanti. Mi viene detto che in inverno la popolazione scende a 30 abitanti. Il freddo deve essere intenso, già lo si sente ora che siamo in ottobre, e come in altri villaggi la gente scende nelle valli più calde del Nepal, oppure vanno a fare qualche pellegrinaggio in India.

Le macchine restano fuori dal villaggio e si entra passando sotto uno stupa. La strada è fatta con lastre di pietra e fiancheggiata da case in pietra e negozi, molti dei quali gestiti da tibetani. Anche qui mi ricordo dei villaggi dei nostri montanari, un ricordo che mi porterò dietro in tutti i villaggi che visiteremo. Il pomeriggio andiamo a visitare un moderno gompa Nyingmapa che ospita 50 monaci. Sopra al gompa  una casetta sostenuta da pali di legno e aggrappata a una parete rocciosa funge da centro di ritiro e sulla montagna, alla destra, si vede un enorme stupa. Mi chiedo come hanno fatto a costruirlo lì sopra, ma guardando meglio mi accorgo che si tratta di una roccia dipinta come uno stupa. Magnifica la vista del villaggio dal tetto del gompa! Qui le case mi fanno pensare ai villaggi ladakhi. I tetti piatti -dai quali sventolano le bandierine colorate- sono coperti di grossi tronchi di alberi al posto delle pizze di escrementi di yak in Ladakh. Ma non ci sono camini...dove bruceranno la legna, e da dove uscirà il fumo?

Il giorno seguente mi avvio a piedi verso Jomson, a 2743 metri. Cammino da solo attraverso una valle deserta, bellissima. Non c’è un suono, rarissimi gli automezzi. Cammino con il naso all’insù, mai stanco di guardare i ghiacciai che mi circondano. Sembra che su quei ghiacciai viva un signore... il signore del vento che ogni giorno, stufo della solitudine, verso le 11 comincia a soffiare sulle valli, e smette di farlo intorno alle 16, lasciando che il freddo scenda dalle montagne.

Nonostante questo turbinare di polvere il cielo rimane blu-cartolina e non una nuvola si vede durante la nostra permanenza in Mustang.

All’incirca un’ora da Jomson vedo sulla mia sinistra un villaggio che se ne sta tutto solo su una collinetta, Syang. Superati i soliti stupa votivi mi trovo fra le casette chiuse con lucchetti, il silenzio e il signore del vento. È deserto! Trovo soltanto una bimba in vena di sorrisi, e in un cortile, una coppia che costruisce una corda di canapa. Mi avvicino per fotografare ma sembra che non gradiscano, quindi proseguo verso il gompa –Sree Tashi Lhakhang della scuola Nyingmapa- costruito più in alto delle case. Scendo dalla parte opposta e mi dirigo verso Jomson attraversando una valle larghissima tagliata da un piccolo fiume; durante il periodo dei monsoni suppongo sarà impraticabile. Jomson è una città, con un aeroporto! Sempre a causa del signore che alle 11 comincia a soffiare gli aerei -piccoli- che collegano Pokhara e Jomson interrompono il lavoro da quell’ora. Anche qui un unica strada molto larga, con  un mercatino delle verdure e tanti negozi per turisti, compreso l’immancabile German Bakery.

E partiamo per Kagbeni, il penultimo villaggio della nostra gita in Mustang. Siamo a 2870 metri. Dopo la visita al gompa Samphel ling –il fiume sottostante è azzurro e scorre in una sorta di canyon, una visione magnifica- mi faccio una passeggiata nel villaggio che mi porta sotto uno stupa il cui soffitto è decorato con molti mandala e raffigurazioni del pantheon buddhista. Proseguendo mi trovo davanti alla statua di un personaggio in piedi che stringe un coltello nella mano destra, con  il  pene eretto. La guida mi dice che è il protettore dell’entrata al villaggio e che all’uscita si trova la sua compagna. Andiamo a vedere ma, purtroppo, la compagna è soltanto un ammasso di pietre. Camminando per la stradina stretta e pulita mi fermo a un negozio gestito da una ragazza tibetana. Passo un po’ di tempo a parlare con lei e mi racconta subito della visita di una cliente cinese che lei aveva trattato molto male. Infatti Kagbeni sembra essere il punto di ingresso in Nepal per i tibetani che arrivano dal vicino confine nei pressi di Drongpa, sulla strada per il lago Manosarovar: su un muro uno striscione rosso dà un caloroso benvenuto ai tibetani che vi giungono.

L’indomani, attraverso un paesaggio arido e stupendo, ci avviciniamo a Muktinath. In lontananza intravediamo prima il villaggio di Jarkot che fa capolino sulla punta di una collina, e dietro di esso spunta Muktinath, circondato dal Dhaulagiri. Ci fermiamo per fotografare Jarkot e scendiamo su un declivio che finisce in un profondo burrone al fondo del quale il fiume scorre tranquillo. Mentre mi guardo intorno noto dei fiorellini e un profumo conosciuto. È timo-serpillo… voi direte: “e allora?”. Be’, allora niente! Per me è una piantina con tanti ricordi e ne raccolgo due buste piene. Anche questo particolare mi riporta alle Alpi dove, nella stagione giusta, andavamo a raccogliere il timo-serpillo per farne scorta per l’inverno –è considerato un ottimo rimedio contro i raffreddori-. La casa si riempiva del suo profumo mentre lo facevamo seccare al sole, sul davanzale della finestra.

Finalmente arriviamo a Muktinath, un villaggio disordinato e pieno di trekkers; infatti trovare le camere è un problema notevole, ma ci riusciamo.

Il nome Muktinath, o anche Muktichhetra, deriva da “Mukti”, e “nath”, e significa “il luogo della Salvezza”. Infatti è uno dei 126 luoghi di pellegrinaggio dedicati a Vishnu che ogni buon induista deve visitare almeno una volta nella vita. Si trova a 3750 metri di altezza. Il tempio dove sto andando, venerato anche dai buddhisti, è situato all’incirca 30 minuti dal “centro città”; la strada per arrivarci è costeggiata da bancarelle di proprietà di giovani donne tibetane molto allegre e con tanta voglia di vendere le loro cianfrusaglie. Mi sembra di essere tornato nel mercato di Shigatse dove con le signore –che conoscevo da anni- scherzavamo a lungo; qui non mi conoscono ma parlare la loro lingua mi apre la porta ai loro sorrisi e alle loro spiritosaggini. Entrando nel complesso si notano i  tempietti pagodeggianti, e, soprattutto, i sacerdoti, un misto tra sacerdoti indù e suore tibetane. Il tempio principale dedicato a Vishnu è semi-circondato da un muro dal quale sgorga l’acqua santa attraverso 108  fontanelle a forma di testa di toro. I devoti si bagnano sotto di esse o ne bevono l’acqua.

Muktinath mi riserva anche la sorpresa di trovarmi in autunno, nel senso che il suolo è cosparso di foglie gialle e croccanti –uno spettacolo che da noi in Himachal Pradesh non vediamo mai!-, gli alberi si sono messi gli abiti autunnali, e sembra che le valli aride che abbiamo passato fino a oggi siano scomparse. Poco distante dal tempio principale si trova il tempio Jwala Mai (Jwala Mukhi) all’interno del quale due fiammelle bruciano continuamente, alimentate da gas sotterranei. Per i credenti è un offerta fatta da Brahma.

Quando il signore del vento ha smesso di brontolare e quella enorme palla gialla sospesa nel cielo comincia la sua discesa verso altri luoghi mi incammino verso il villaggio; e non posso fare a meno di fermarmi a bere un tè in un localino che porta il nome di Bob Marley! La sera invece si beve rum per superare il freddo…

Il giorno dopo, l’ultimo a Muktinath, facciamo un escursione sulla cima di un colle a 4070 metri, il confine con il Mustang Superiore.

Attraversando il piccolo villaggio di Jong faccio conoscenza con un signore, seduto al sole in un cortile, che ha appena macellato una capra; la pelle con la testa attaccata è stesa a essicare vicino a lui, e lui riempie le budella con il sangue. Il sentiero sale in una valle deserta, e mi fanno compagnia profumi di erbe e le montagne innevate che fanno da corona. Dalla cima del colle, in lontananza, si può scorgere Lo Manthang –la capitale del Mustang- e il palazzo estivo del re; subito dopo una montagna segna il confine con il Tibet - in 4 giorni di cammino potrei arrivarci…

Il nostro viaggio finisce con un rientro veloce a Pokhara dove ci aspetta un albergo di lusso che offre la possibilità di toglierci un po’ di polvere.

Devo dire grazie a chi non mi ha permesso di entrare in Tibet; infatti mi ha offerto la possibilità di conoscere una zona himalayana stupenda, abitata da gente ospitale e sorridente. Forse un po’ scomoda come accesso e come sistemazione, forse con un cibo ripetitivo, forse un filino fredda, ma fan-ta-sti-ca!

 

Franco Pizzi, dicembre 2009

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mappa del mustang

ponte a narchung

una signora a narchung

il sarto di narchung

tukuche

marpha:ingresso al villaggio

marpha

marpha:il nostro lodge

marpha: la casetta di ritiro

le montagne vicino a Jomson

padre e figli a syang

paesaggio a syang

kagbeni:il villaggio

kagbeni:benvenuto ai profughi tibetani

 kagbeni:vista dal gompa

il protettore di kagbeni

jarkot

case verso il passo a muktinath

muktinath:vista dal passo