I lottatori Kushti e….che voglia d’India!!!  

               gli uomini rossi della lotta indiana - gian marco agazzi

                          

                   

                              foto gian marco agazzi-clicca x ingrandire

 

Dopo  2 viaggi che si erano pur sempre svolti in oriente, a Sri Lanka e in Vietnam …che voglia d’India, quell’ ”Incredibile India” come dice la pubblicità.

 Marco però desidera qualcosa di più; ha un progetto fotografico, vuole vedere i lottatori d’India; ma chi sono? Chiediamo a Kristin e Franco, non ne sanno nulla. Marco dà l’indicazione basilare: sono a Kolhapur. Dov’è Kolhapur? Kristin prontamente risponde nello stato del Maharashtra, capitale Mumbai. Kristin, donna del nord quindi donna che non molla, cerca e ci trova le palestre. Si parte, ma non solo per Kolhapur: come ci consigliano Kristin e Franco, “dovrete vedere anche le grotte di Aurangabad, Ellora e di Ajanta, poi vi mandiamo a Nashik e Lonavla, vi lasciamo qualche giorno a Kolhapur per il progetto di Marco e infine a Goa, giusto per riposare un po’ e mangiare gamberoni”. Detto fatto; la premiata ditta Kristin e Franco ci ha organizzato il viaggio che, sappiamo già prima di partire, sarà perfetto, sicuro e soprattutto piacevole.

Arriviamo a notte fonda a Mumbai; ad attenderci c’è Nimal che ci porta all’albergo; scopriamo che è lo stesso dove siamo scesi anche nell’altro viaggio con scalo a Mumbai, e ce ne accorgiamo anche perché è lo stesso albergo dove ci fanno il cambio moneta sempre sbagliato…sempre a nostro favore e sempre con moneta da ritornare; capita che gli indiani ogni tanto non facciamo proprio gli indiani…

Quattro ore di sonno poi altro volo e si arriva ad Aurangabad; li conosciamo il nostro autista Hemas, ragazzo sorridente ed educato, con guida ogni tanto azzardata condita con un “sorry sorry”, ma che sarà basilare per tutto il resto del viaggio e nel progetto fotografico.

Veniamo subito portati alle grotte di Aurangabad. La cosa interessante è che sono templi scavati direttamente nella collina e alcune statue rappresentano le vite precedenti del Buddha, ma la particolarità è che tutte le sculture sono dei monoliti, vale a dire scolpite in un unico pezzo di  roccia

Vediamo il forte di Daulatabad, dove si nota l’incredibile abilità architettonica; infatti il forte è costruito in modo tale che il nemico si sarebbe perso ancora prima di attaccare.

Visitamo il piccolo Taj, non certamente bello e interessante come quello di Agra, ma in fondo non gli manca nulla... Qui cominciamo a socializzare con gli Indiani che ci chiedono, sempre molto gentilmente, di farci fotografare con loro… magari abbracciati; questo sarà il ritornello di tutto il viaggio: siamo stati fotografati molte volte, sempre abbracciati, in segno di grande amicizia. Effettivamente turisti in questa zona ce ne sono ma sono tutti indiani, e occidentali ne abbiamo visti proprio pochini.

Pomeriggio ad Ellora, bella, bella, bella.Una montagna diventata statue, con questo tempio enorme chiamato “Kailash” con elefanti, scimmie, coccodrilli, tutti a misura naturale e soprattutto, come per Aurangabad, tutti questi templi e statue provenienti da un’unica pietra. Che ingegno chi ha pensato questa cosa… scopriamo che ci hanno impiegato 600 anni e, calcolato, 40 generazioni. Dovevano avere decisamente le idee chiare…

Giorno dopo Ajanta altre grotte, certo dopo aver visto quelle di Ellora sono più semplici, ma senza dubbio anche queste vale la pena di vederle.

Si riparte con Hemas e si arriva a Nashik, è una delle quattro città dove si svolge il Kumba Mela.

Come a Varanasi si respira aria di grande religiosità, anche se molto meno caotica e, con solo due turisti stranieri, noi, ci sentiamo osservati e invitati alle varie preghiere che si svolgono nei piccoli templi che sorgono ad ogni angolo. Facciamo conoscenza con persone che, con sguardi sereni, ci baciano le mani e se le portano alla fronte in segno di grande rispetto; conosciamo anche un gran numero di farmacisti ambulanti che invitano Marco a provare impacchi di vari tipi di erbe affinché  gli possano crescere nuovamente i capelli.

Siamo nel periodo dei monsoni e a Lonavla, città lavata dall’acqua e spazzata dal vento, proviamo l’ebrezza del monsone: come gli Indiani, anche noi ci arrendiamo ad uno scroscio d’acqua talmente violento che, nonostante l’ombrello, ci lascia completamente bagnati. Ci ha molto stupito vedere gli Indiani, vestiti in modo decoroso, sotto cascate d’acqua formate al momento dello scroscio del temporale, felici di essere sotto una doccia naturale.

Lonavla, città di vento, talmente forte, che una cascata d’acqua anziché cadere saliva verso il cielo…

Finalmente si riparte, si va a Kolhapur, la meta. Dopo un viaggio di circa 4 ore ci fermiamo ad un autogrill dove incontriamo la persona che ci presenterà a chi  ci condurrà ad una palestra. Appuntamento domani alle 10. Che strano alle 10, sappiamo che gli allenamenti cominciano alle 3 e mezzo del mattino, ma poi ripensando, siamo in India e tutto può succedere e qualcosa succederà lo sappiamo. Così ci sistemiamo in albergo e si riparte; andiamo a spasso fra i mercati della città e a visitare i templi; incontriamo differenti tipi di persone tutte molto cordiali; ci fermano, ci chiedono fotografie, ci fanno vedere le loro case, sono fieri delle loro case e noi partecipiamo volentieri a questa loro felicità.

La mattina dopo alle 10 siamo pronti per incontrare i lottatori , ma veniamo convocati dall’ufficio del turismo. Ci vogliono conoscere. È vero che non abbiamo visto turisti stranieri, ma volerci vedere di persona ci sembra eccessivo. Comunque stiamo al gioco e andiamo. Tutto l’ufficio in pompa magna ci aspetta, fotografie di rito, depliant, libri in regalo e tutte le autorizzazioni possibili per vedere le Akhara, le palestre –monastero dove vivono i lottatori.

Incontriamo la persona che ci accompagnerà e scopriamo che è stato un campione del Kushti, così si chiama la lotta; ora che si è sposato  lavora come guardia notturna in uno zuccherificio e così comprendiamo il perchè dell’appuntamento alle 10 del mattino; ci porta nella palestra da lui frequentata prima di ritirarsi e rimaniamo incantati da questo colore ocra che domina ogni cosa, pavimento mura, attrezzi, pelle delle persone, tutto è rosso.

Spiegano che siamo vicini a mezzogiorno e i lottatori devono mangiare e poi fare il riposino, ci lasciano fare qualche foto ma ci danno appuntamento al pomeriggio. Allora “Champion” il nostro accompagnatore che chiamiamo così perché ha un nome incomprensibile, ci conduce da un amico che è un organizzatore d’incontri che, a sua volta, ci fa accompagnare da un altro signore che ci porta da un signore che sà tutto sul Kushti. Incredibile India: per poter vedere i lottatori abbiamo contato fino a 8 persone. Incontriamo l’esperto di lotta e scopriamo che è il presidente dell’associazione di tutte le palestre; ci porta a vedere l’arena all’aperto dove, in agosto, si tengono le gare delle varie categorie, e ci propone di vedere la palestra con più campioni, ma bisogna tornare alle 5 del pomeriggio.

Pazienza! Siamo in India tutto è possibile. Torneremo alle 5 del pomeriggio, ma alle 5 sorry sorry l’allenatore e i campioni sono fuori città per degli incontri, quindi rinviato tutto a domani mattina alle 5. Siamo sconfortati: riusciremo mai a vedere i lottatori?

Ma certo che ci riusciamo! L’indomani mattina alle 5 ci aspettano tutti, tanti, grandi, grossi, serissimi e rossi.

Il Kushti, oltre che essere un’antica lotta originatasi 3000 anni fa le cui prime tracce  si trovano negli scritti epici di Mahabarata e il Ramayana risalenti al 16° secolo nell’era dei Moguls, è anche una filosofia di vita.

Gli atleti, detti Pahalawan, a quell’ora hanno già finito la sessione di corsa e si dispongono lungo i bordi del ring, una fossa riempita di terra argillosa impastata con latte, polvere di curcuma, limone, olio di arachidi, il tutto lavorato quotidianamente fino a formare un tappeto di sfere di color rosso intenso.

Dopo impressionanti esercizi di riscaldamento muscolare sostenuti a ritmi vertiginosi gli atleti scendono nella fossa, e sotto lo sguardo di ex campioni iniziano il combattimento: la lotta è un corpo a corpo e avrà il sopravvento chi riesce a mettere l’avversario con  le spalle a terra. Comunque il vincitore non è colui che dimostra forza bruta o abilità tecnica, ma l’uomo che domina il proprio corpo e quello dell’avversario nella consapevolezza della propria rettitudine interiore.

A mo’ di saluto si danno colpi sul petto e sulle cosce e vicendevolmente si buttano addosso manciate di terra rossa. Comincia la lotta; lottano, sudano, si rispettano: è il rispetto la base di questa disciplina; se qualcuno sgarra viene severamente punito dall’allenatore, ma è il lottatore stesso che si vergogna per l’essersi lasciato andare in scorrettezze. Conseguentemente non cerca scuse, accetta la punizione che può essere verbale o corporale.

Lottano tutti, prima i campioni poi tutti gli altri fino ai ragazzi di 8 anni; lottano come se fosse l’ultimo incontro della loro vita, con una forza e una vitalità unica, con il medesimo impegno e la medesima serietà; si controllano zitti, attenti, e mimano le mosse migliori. In mezzo a tutto questo Hemas, il nostro autista vestito di bianco e con il flash in mano, segue gli ordini di Marco che scatta fotografie a più non posso.

Sono le 8,30 del mattino; ora tutti sotto la doccia, a togliersi il rosso della terra, e c’è chi andrà a scuola, chi all’università e chi al lavoro, anche per aiutare a mantenere l’Akharas. Si rincontreranno nel tardo pomeriggio per un allenamento e una sessione di gare di fine giornata.

La lotta Kushti è un’antica tradizione i cui adepti, senza distinzione di casta, sottostanno a regole molto rigide che vanno dagli esercizi di respirazione dello yoga, -alfine di sviluppare interiormente l’energia Prana che secondo l’Induismo regola l’universo-  all’astinenza da fumo, alcool e sesso, ma soprattutto a una dieta a base di uova, -circa una dozzina al giorno-, un chilo o due di carne di pollo o montone, verdura a foglia verde, e latte di bufala mischiato con farina di mandorle.  Per allenarsi sollevano grosse pietre, per rafforzare i muscoli del collo infilano la testa in un pesante sasso circolare oppure si mettono un pesante aratro come giogo e lo trascinano.

Gli atleti hanno un’età che va dagli 8 ai 65 anni, con una completa maturazione atletica verso i 35-40; solo a questa età i Pahalawan decidono di sposarsi e di formare famiglia, continuando comunque a frequentare l’Akharas mattina e pomeriggio per il mantenimento della forma fisica e soprattutto per tramandare l’insegnamento del Kushti alle nuove reclute.

La Indian Fighters Federation, ben consapevole che se presentasse gli adepti di questa lotta alle Olimpiadi essi vincerebbero delle medaglie, vorrebbe obbligare lo svolgimento delle gare utilizzando normali tappeti gommosi invece della terra rosso-argilla che ha reso famosa questo tipo di lotta.

***

Che giornata incredibile!

A malincuore lasciamo Kolhapur, ci trasferiamo a Goa e, da perfetti turisti, ci chiudiamo in un albergo …abbiamo bisogno di riposo e Goa ha risposto molto bene alle nostre necessità.

Siamo soddisfatti, abbiamo visto un’India diversa, abbiamo aggiunto un nuovo tassello al puzzle chiamato India, e, almeno per il momento, la nostra voglia d’India è soddisfatta.

Paola e Marco

aurangabad piccolo Taj

      

ellora

 

       

ellora

 

ellora tempio kailash

 

ajanta

 

ajanta

 

ajanta

 

ajanta il custode...

 

lonavla vento e pioggia

 

nashik

 

nashik

 

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