Incontro con il Venerabile Salgye Rimpoce

Un amica mi chiese di descrivere la mia vita con il  mio maestro

Prima di dedicarmi alla ricerca di un maestro spirituale nel mondo tibetano avevo girato l’India con Kristin, in lungo e in largo. Non si cercava nulla; si andava in giro, si guardava, si fumava, come facevano tanti giovani  negli anni settanta. Un giorno decidemmo di seguire gli insegnamenti di Dilgo Khyentse Rimpoce a Dehra Dun e qui incontrammo un Lama che ci consigliò di andare a Sherabling [Himachal Pradesh] per contattare Situ Rimpoce. Partimmo! Arrivati a Bir dovemmo superare le body-guards occidentali che come protettori irati difendevano la loro privacy e il loro dominio sul Rimpoce. Ma noi non ci scoraggiammo e fummo invitati dal Tai Situ in persona ad andare al suo monastero.  Così facemmo, e ci sistemammo!

Qui incominciò il cammino sul sentiero buddhista tibetano. L’atmosfera era allegra; noi eravamo un gruppetto di giovani reduci dalle spiagge di Goa e del Kerala, e il Rimpoce stesso, allora poco più che ventenne, girava con rayban scuri e capelli lunghi. Ma pian piano fummo introdotti su questa via, e portati avanti nelle classiche pratiche di meditazione della scuola Kagyu. Dopo un pò di anni che eravamo sistemati nella nostra casetta nella giungla, priva di ogni confort ma per noi una reggia perchè ci dava la possibilità di praticare, il XVI Karmapa, residente a Rumtek, morì. Decidemmo da buoni “devoti” di andare per  assistere ai riti funerari e alla cremazione. Anche se il vero motivo era il bisogno di nuovi  insegnamenti di pratica.  

Il monastero di Rumtek era affollato. Erano arrivati Lama da tutte le parti del mondo, con discepoli e senza, per dare l’estremo saluto al capo della scuola Kagyu. A volte i suoi figli spirituali si divertivano a lanciarsi i dorje e a ridere nel bel mezzo delle puja, seduti al fianco dell’enorme altare sul quale era posato il corpo del loro maestro. In un angolo un vecchio Lama faceva i rituali per conto proprio, e si alzava spesso per andare in bagno. Questo fu il luogo dove Kristin lo incontrò più volte. Per noi era ormai giunta l'ora di partire, ma di insegnamenti neanche l’ombra; cosi Situ Rimpoce ci indirizzò verso un  bravissimo Lama di nome Salgye Rimpoce. Quando entrammo nella sua camera, a dire il vero molto modesta, che sorpresa... il vecchio Lama del bagno era seduto li! Fu cordiale ma distaccato, inoltre fra di noi c’era il problema della lingua. A quei tempi il nostro tibetano era rudimentale e alle orecchie di Rimpoce doveva suonare come un ammasso di suoni male articolati. Ma ottenemmo gli insegnamenti e ritornammo a Sherabling.

Dopo qualche mese, Salgye Rimpoce arrivò al monastero. Grande fu la nostra gioia! Nel frattempo il nostro tibetano era migliorato e ci precipitammo nella sua camera, anche qui molto spartana. Era assistito da Lama Karwang, un Lama dall’aspetto burbero ma che ci difese spesso con il Rimpoce quando questo ci rimproverava, per cose mille volte dette e mille volte non capite. Cominciò cosi la nostra strada con la guida insuperabile del più tenero, gentile, modesto e realizzato maestro che mai abbiamo conosciuto. Inizialmente era diffidente verso i suoi unici due discepoli occidentali; ci sottomise a pratiche e ritiri per verificare se si faceva seriamente o se si giocava. Passammo giorni seduti ai suoi piedi, affascinati dalla sua preparazione e pazienza. Alle volte, ridendo, si toglieva la dentiera e la metteva in un barattolino, facendo delle smorfie. A volte ci chiedeva se avevamo capito cosa ci aveva insegnato. “Certo,Rimpoce”, ma lui non era convinto e ricominciava daccapo. Con il passare dei mesi ci  affezionavamo sempre di più a lui. Poi un giorno decidemmo di partire per aprire un centro buddhista in Italia. Lui ci disse: “I centri non servono a nulla, nella vita bisogna praticare, e praticare in ritiro!”; ma ci dette la sua benedizione appoggiando la sua testa sulla nostra e noi andammo. 

Dopo alcuni anni ritornammo a Sherabling, decidemmo di  stare con lui fino alla sua morte. Continuammo a ricevere insegnamenti, tra i quali il suo stile di vita  era il più prezioso . Era anziano e camminava male, e noi lo aiutavamo a spostarsi quando decideva di darci gli insegnamenti fuori dalla sua camera. La notte dormiva seduto nella posizione di meditazione e già prima dell’alba era sveglio per pregare. Era ritenuto un santo e i contadini della valle circostante venivano a chiedergli puja per il bestiame o per la pioggia. Lui sorrideva e donava. 

Un giorno gli chiesi se ricordava delle sue vite precedenti. La sua risposta fu : “Non ricordo nulla; so che sono un tulku perchè il Karmapa mi ha riconosciuto tale, e poi a cosa serve il ricordo delle vite passate? È in questa vita che bisogna praticare per cercare di vedere la propria mente e realizzarsi. Quindi andate a praticare”. Ci fece sorridere il modo in cui ci  mostrava come si procede lungo il sentiero: poggiava il dito sul vetro della finestra e poi lo faceva scivolare lentamente in sù, dicendo “Kalè kalè, rimghi rimghi” (piano piano, passo dopo passo). Ci guardava con i suoi occhietti sorridenti e ironici e ci salutava.

Metteva il suo tempo a disposizione di chiunque avesse bisogno di insegnamenti, ma non era disposto a risolvere casi di malessere sentimentale o mondano: lui non aveva vissuto quella parte della vita che comunque considerava futile, e  non si avventurava in ciò che non conosceva.

Un’altro giorno gli chiesi : “Rimpoce, che differenza c'è fra uomo e donna o fra le varie scuole?” Mi guardò sorridente e severo; rispose:  “Mai ti devi permettere di fare differenza fra i due sessi, entrambi sono uguali, entrambi hanno la possibilità di diventare dei realizzati. Fra le scuole è la stessa cosa, magari cambiano i sistemi ma  lavorano tutte nella stessa direzione: raggiungere l'illuminazione”.

Quando entrammo nella sua camera, nel periodo dei monsoni, gocciolava acqua dal soffitto, proprio sul suo letto. Noi gli offrimmo di riparare il tetto e lui ci disse che dovevamo risparmiare perchè venivamo da lontano e i nostri soldi dovevano servire per la pratica. Di nascosto pagammo i falegnami per sistemare il tetto. Ogni volta che portavamo qualche piccolo dono, frutta oppure altre cosine che a lui piacevano, non uscivamo mai dalla sua stanza senza che ci avesse dato una parte delle offerte.

In seguito divenne il maestro nel centro di ritiro di tre anni. Pensammo che sarebbe stato più difficile incontrarlo; invece lui faceva spazio fra i suoi insegnamenti e ci aspettava seduto fuori dal centro di ritiro per darci la lettura rituale di alcuni testi. Si preoccupava che non stessimo seduti al sole e che  avessimo un tappetino su cui sedere. Erano giorni magnifici, interamente passati alla sua presenza. Quando arrivava qualche nuovo occidentale che desiderava incontrarlo, memori delle  nostro proprie esperienze, non ci atteggiavamo a guardiani irati ma li accompagnavamo e gli facevamo da traduttori.

Dopo la fine di un breve ritiro andammo a trovarlo e lui ci pose delle domande per vedere se avevamo capito o meno. Naturalmente le mie risposte non erano del tutto esatte; perse la pazienza e io guardai Kristin dicendo:" Forse è meglio andare!". Come se avesse capito disse alzandosi : “Vado in bagno ma con voi non ho finito,  restate li dove siete” Ritornò e il suo assistente lo rimproverò per come ci aveva trattati e lui divenne più gentile, ma rimase fermo nelle sue spiegazioni.

Un’altra volta, seduto sul suo letto, ci dava insegnamenti e teneva un testo nelle sue mani. Noi eravamo seduti per terra, e lui a un certo punto si addormentò. Per lungo tempo non si mosse e noi preoccupati ci chiedevamo cosa poteva essere successo. A un certo punto apri gli occhi  e ricominciò a leggere esattamente dal punto dove aveva lasciato. Mi misi a ridere, dopo, perchè pensavo che spesso se interrompo la lettura di un libro non ricordo assolutamente a che punto sono rimasto. Più tardi il maestro del centro di ritiro ci fece notare che questa capacità di riprendere la lettura come se non ci fosse stata interruzione è un segno del continuo dimorare nella chiara luce, del non fare più distinzione tra meditazione e non-meditazione.

Rimpoce rifiutava che ci presentassimo con penna e quadernetto; voleva che ricordassimo tutto, ma poi acconsentì ad un mini-registratore e ora sono felice perchè alle volte posso sentire la sua voce calda e affettuosa come se fosse ancora nel prato a darci insegnamenti. Era disordinato, il Rimpoce! Spesso non trovava i suoi testi e noi dovevamo aiutare Lama Karwang nella ricerca . Sul suo tavolino teneva di tutto: i suoi occhiali, la sua sputacchiera (soffriva di una malattia polmonare), testi, tazze di tè..........

Poi andò in Nepal per visitare la grotta di Guru Rimpoce a Maratika. Una sera eravamo in un ristorante a Dharamshala, -allora per noi che vivevamo nella giungla Dharamsala era considerata la capitale della mondanità !- e incontrammo due amici monaci di Sherabling. Gli chiedemmo come mai si trovavano li anche loro, e  ci dissero che andavano in Nepal; uno di loro aggiunse: “Forse potete immaginare perchè”.

Rimpoce era morto, e per un attimo anche io morii con lui. Era morto seduto nella posizione di meditazione. La sera, invece di darmi alla disperazione, ricordai le sue parole quando gli chiesi se mi avrebbe dato alcuni insegnamenti al ritorno dal Nepal “Se il karma vuole sarà così, ma io sarò sempre con voi! Aveva 84 anni.

Dopo qualche tempo portarono il suo corpo a Sherabling e nel cortile del gompa fu allestito lo stupa funerario. Non c’era tristezza in quel mattino di cielo terso e blu. Si disse che il fuoco si era appiccato da solo, ma abituato a non essere credulone verso i miracoli che “devono esserci” per forza, mi sembrò più plausibile che fosse stata una lampada a burro caduta sulla legna imbevuta di kerosene ad accendere il fuoco.

Lo spettacolo era impressionante; fiamme altissime attizzate dal vento, quattro gruppi di Lama che facevano un rituale diverso nelle quattro direzioni, laici e monaci che si prosternavano davanti alla pira, tutto questo in uno scenario fantastico di pinete e sullo sfondo montagne coperte di neve. Dopo la cerimonia lo stupa funerario fu sigillato, e i resti furono  lasciati raffreddare per alcuni giorni.

Poi fummo chiamati e insieme a Lama Karwang aprimmo lo  stupa . Per prima cosa fu raccolta la calotta cranica. Kristin e io raccogliemmo il resto delle ossa e le depositammo in un recipiente di ottone, insieme con le ceneri. Era tutto quello che rimaneva del nostro maestro.Ricevemmo qualche pezzettino di ossa e di vestiti da tenere come reliquie. Ci fu chiesto se desideravamo avere qualcosa di suo e io chiesi una suo berettino [una coppola] che metteva linverno; ancora adesso lo conservo in un sacchetto di seta appeso sul mio letto. Al collo porto un ciondolo con le sue reliquie; molte volte, quando ho paura o quando ci sono momenti difficili, me lo stringo nelle mani e mi sento meglio. In effetti lui non mi ha mai abbandonato, e  non ho bisogno di una sua foto per ricordarlo. Il ricordo della sua persona fisica e della sua straordinaria umanità, i suoi insegnamenti convalidati dal suo modo di vivere, la sua equanimità verso tutto e tutti, la sua semplicità e chiarezza nell’esporre gli insegnamenti, i suoi abiti da semplice monaco, privi di broccati, sono stati gli insegnamenti che sono valsi più di mille iniziazioni; spesso mi hanno riportato sul sentiero della pratica quando ero sul punto di abbandonarlo.

La sua reincarnazione è stata trovata in Tibet dal Karmapa, ma non vi è stato dato nessun risalto, come è giusto che sia per un praticante che ha passato la sua vita lontano dagli show che troppo spesso vediamo nel mondo buddhista.

Franco Pizzi, in collaborazione con Kristin Blancke

 

 

 

 

 

 

la cremazione

 

sherabling luogo di cremazione

 

lo stupa funerario

 

le ceneri nello stupa

 

la nuova reincarnazione con il giovane karmapa