A SPASSO DI QUA E DI LA IN INDIA: 

ESPERIENZE DI VIAGGIO SUL GANGE E NEI PARCHI NAZIONALI

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La navigazione sul Gange riserva sempre nuove esperienze, a volte piacevoli, a volte disturbanti. Voglio tentare di descriverle per evitare che vadano perse dalla memoria, e perchè possano essere utili a qualcuno che farà questo viaggio in futuro.

L’avventura inizia ad Allahabad, città famosa come uno dei quattro siti dove ha luogo il Khumb Mela[1], e quindi sacra; più sacra ancora di Benares, perchè vi si incontrano tre fiumi: il Gange, lo Yamuna e il mitico e invisibile Sarasvati. Infatti fu in queste acque che furono sparse le ceneri di grandi uomini, come il Mahatma Gandhi.

Il ghat dove ci imbarcheremo dista una ventina di km dalla città e ci si arriva percorrendo un piccola e stretta strada di campagna. Prima troviamo un ultimo villaggio, in quel momento in festa: bancarelle con zucchero filante di tutti i colori, musica [orrenda e ad un volume incredibile], bimbi che giocano. Per scendere al ghat passiamo sotto un immensa statua di Hanuman. Le barche sono pronte; il ricevimento è classico, con collane di fiori e musica. Non rimane che sdraiarsi sui materassi e partire.

La nostra prima tappa si trova a cinque ore di navigazione sulle acque di questo sacro fiume. Sacro o non sacro, è comunque piacevole lasciarsi scivolare guardandosi intorno, costeggiare le rive verdi oppure alle volte alte e sabbiose. Il campeggio viene preparato sulla sponda del fiume; le tende, alte e spaziose con letti e lenzuola, vengono montate velocemente, nel mentre ci si disperde nel deserto di sabbia che funge da toeletta La tavola è pronta e prima di cena ci portano degli stuzzichini di tutti i generi, che noi consumiamo accompagnadoli con una bottiglia di rum. A fine cena qualcuno va nella tenda; esce e mi dice che mancano le coperte. Mancano le coperte? Lo dico al responsabile che risponde laconicamente: “Le abbiamo dimenticate, servono?”

“Certo che servono!” dico.

“Ok, provediamo”, ma non dice come.

Nel mentre vedo che una barca si allontana di buona lena nel buio.

Chiedo di nuovo: “Allora, le coperte? Dove va quella barca?”

Impassibile il ragazzo mi risponde: “Sull’altra sponda c’è un villaggio. Le vanno a comperare”

Risposta: “Ah” e aspettiamo bevendo il nostro rum. Le coperte, incredibile, arrivano! Erano utili perché la notte era fredda!  

*   *   *  

Gli altri giorni di navigazione continuano tranquilli, l’acqua è quasi verde e in alcuni punti è bassa. Durante la giornata non mancano le curiosità: delfini gangetici che saltano improvvisamente davanti o al lato della barca, uccelli che si levano in volo dalle sponde sabbiose, serpenti d’acqua che scivolano quasi in superficie e……………..qualche cadavere che galleggia pigramente sull’acqua. Per chi non è mai stato sul Gange, quest’ultimo spettacolo lo sorprende, lo incuriosisce e lo disturba. Ma è la norma. Nel Gange vengono gettati, senza essere cremati, i cadaveri degli asceti, dei bambini e dei malati. Quindi non mancano; alle volte sono arenati sulle rive dove i cani se li disputano, alle volte scendono verso l’oceano; è il fluire della vita nella morte, come il fluire delle acque del fiume sacro che nasce lontano con rapide fragorose e poi si tranquillizza prima di entrare definitivamente nell’oceano.

Ci fermiamo a Chunar per una passeggiata. Scopro, anche se ci sono stato altre volte, un cimitero inglese. Sarebbe uno stupendo monumento se non fosse usato per giocare e come toeletta. Alcune lapidi sono intatte, incastonate in bellissime tombe-monumenti. Si leggono ancora i nomi degli inglesi che vi sono sepolti: alcuni colonnelli, altri capitani; insomma, i defunti dell’epoca coloniale.

   

Stasera si campeggia di nuovo sulla spiaggia. Siamo allegri, anche se qualcuno si preoccupa per l’igiene perchè ha notato un teschio poco prima del campeggio. Lo tranqulizzo! Si cucina con acqua minerale e nello stesso modo vengono lavati i piatti. Ceniamo a suon di musica, allegri, ma sull’altra sponda davanti a noi succede qualcosa. C’è movimento. Ci accorgiamo, anche se è buio, che stanno costruendo una pira, il cadavere è già vicino al Gange. Non ci sono urla, non c’è disperazione! La pira viene accesa mentre i familiari si siedono attorno e aspettano la fine. Noi continuiamo a mangiare a ridere e a bere, non c’è contrasto anche se qualcuno preoccupato mi chiede se è corretto fare ciò che stiamo facendo. Per avere la risposta basta guardare i barcaioli e lo staff: riuniti intorno al fuoco cantano e ballano. Quando andiamo a letto è tutto finito; dall’altra parte, intendo!

Stiamo per arrivare all’Assi ghat di Varanasi.

 

Il pranzo, come ogni giorno, è servito sulle barche. La barca-cucina si avvicina alle altre barche, e vengono passati i piatti, il cibo, e infine anche il caffè o il the per chi lo desidera. Benares la vedo tutta! Il fiume fa una mezza luna e mi pare bellissima. Affascinante. Da lontano posso vedere i suoi famosi e sacri ghat dove i fuochi delle pire bruciano 24 ore su 24; il Gange diventa più sporco, sulle sponde uomini e donne lavano i panni e si lavano nelle acque sacre, qualcuno siede in meditazione su delle costruzioni in cemento. La mitica Benares è li a portata di mano, pronta ad essere gustata con questo arrivo inusuale.

L’Aarti, la cerimonia del fuoco che si celebra tutte le sere sul ghat, vista dalle barche è incantevole. Nel buio della sera le barche scivolano sulle acque del Gange. Si passa davanti al ghat più famoso e più sacro di Benares dove le pire ardono continuamente, e poi si ritorna verso il ghat dove i Bramini celebrano il rituale su dei podi di cemento. Gente! Tanta gente vi assiste stranamente silenziosa e rispettosa. Si sente solo il canto della puja e il suono delle campanelle agitate dai celebranti.  

La cerimonia del Shivratri, il matrimonio di Shiva con Parvati, è tutt’altra cosa. La strada è transennata ed è piena di polizia in tenuta antisommossa. Non si sente tensione, non c’è paura. Arrivano! Il corteo è preceduto da donne che hanno sulle spalle delle lampade che funzionano con un generatore anch’esso portato a spalle. I fili dell’elettricità passano sopra le loro teste. Poi un turbinio di personaggi sfilano al di la delle transenne; arrivano le divinità a dorso d’elefante, con abiti sgargianti. Seguono i cammelli e dietro un uomo che stringe un tubo dal quale spara i fuochi artificiali. È l’India al suo massimo: confusione, colori, botti, animali e folla. La polizia interviene immediatamente quando vede che siamo un pò troppo spinti dalla folla, allontanando le persone da noi.  

Poi ci allontaniamo dalla festa per recarci in un India meno confusionaria e più turistica. La gita ai parchi è una novità anche per me.

Da Khajuraho, per stradine non sempre comode, si arriva prima al parco di Bandavgarh e poi a quello di Kanha, entrambi situati ad un altezza di 450 m. Le visite sono organizzate dai resort semplici e belli. Al mattino si parte presto, si viaggia con le jeep nel parco e si attende finchè via radio comunicano che gli elefanti hanno avvistato la/le tigri. Sembra che siano gli animali più ricercati al mondo vedendo la quantità impressionante di gente che c’è. Per fortuna il parco è grande e le piste tante, quindi ognuno segue la sua. Incrociamo un autista che comunica qualcosa al nostro; il nostro spara la jeep a tutta velocità verso qualche posto. Si capisce che ci sono le tigri. Si ferma e saliamo su degli immensi elefanti. Ci dirigiamo poco distante dalla macchina e nell’erba alta ci sono  cinque tigri; la mamma con i suoi cuccioli. Cuccioli si fa per dire perché sono poco più piccoli della mamma. La mamma è distesa a pancia molle e uno dei suoi pargoli si muove guardando verso l’alto e ci dice qualcosa ringhiando.  Sono spaventosi e stupendi, per fortuna si dice che hanno timore degli elefanti e quindi mi sento sicuro a fare foto. Si torna alla macchina e ce ne andiamo. Poco dopo avvistiamo un’altra tigrotta che si allontana con la sua preda in bocca, molto signorilmente non ci degna di uno sguardo e procede verso un posto più tranquillo per mangiare.   

A Kanha ci sono un maggior numero di tigri ma l’estensione in Kmq è molto più vasta del parco precedente, per cui s’intravvede un qualcosa che viene individuato come “tigre” dalla guida. Il sottobosco del parco è più verde di quello precedente. È vietato fumare. Il parco può andare a fuoco ma davanti a me vedo che ci sono dei locali che stanno bruciando tranquillamente delle foglie secche. Sembrano non curanti e mi chiedo quale metodo usano per non dare fuoco a tutto visto che c’è vento. La sera vengono offerte delle danze tribali nel giardino del resort; anche se turistiche non sono male. Si svolgono intorno ad un fuoco piazzato al centro del giardino. I ballerini, donne e uomini, sono in abiti molto colorati ma sobri. Le danze si svolgono intorno al fuoco, si tengono per mano e danzano al ritmo di bastoni battuti da altri personaggi seduti lontano dal fuoco. In fine invitano gli ospiti a ballare con loro.                                

Una delle parti più interessanti del viaggio finisce in questo villaggio. Domani partiamo per Bhopal, tristemente famosa per la sua fabbrica. Non ci sono villaggi sulla strada per Bhopal; solo enormi estensioni di terreni ben coltivati, i cui proprietari vivono nelle grandi città tipo Bombay.

 

                                     

Ad un certo punto ci fermiamo; sulla strada è stato sparso del frumento o qualche altra granaglia perchè le macchine ci passino sopra per trebbiarlo. Visto molte volte sulle strada indiane; alle volte lo stesso sistema viene usato per schiacciare le lamiere. Ma non ci fermiamo per questo, ci fermiamo per le case. Ai bordi delle strade i lavoratori si sono costruiti le loro capanne con la paglia residua dell'operazione, incredibilmente piccole e insicure, che ospitano intere famiglie. Un piccolo fornello fatto di fango funge da cucina... Mitragliata di foto e si riparte. Bhopal non è lontana; alla sera una sorta di piccolo nubrifagio ci tiene compagnia per molte ore. Naturalmente penso a quella gente nelle capanne di paglia. Ma in India è tutto naturale!                               

Franco Pizzi

Dharamshala, aprile 2006

 

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