BENGALA, il nostro viaggio.

di Fabio Scarso e Nicoletta Prandoni

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                         Ad alcune persone, specie se di una certa età, la parola Bengala può evocare le immagini esotiche di quel film di grande successo, capostipite di un genere, che fu “I lancieri del Bengala”; ad altri l’ apparizione fugace, in una foresta di bambù, del più grande ed affascinante del felini, la tigre. Il motivo che invece ha spinto noi a scegliere il Bengala come uno dei punti focali del nostro recente viaggio in India, nei mesi di ottobre e novembre 2017, è stato diverso.

                              Oltre alle città di grande importanza religiosa o storica di Ayodhya, Faizabad, Allahabad e Varanasi in Uttar Pradesh, ai templi rupestri del Maharashtra ed ai tesori architettonici della città fortificata di Mandu in Madhya Pradesh, mia moglie ed io abbiamo scelto di visitare la parte centrale del Bengala Occidentale, lungo il confine con il Bangladesh, per la presenza di numerosi esempi di architettura indù ed islamica molto ben conservati, che si trovano sparsi nelle rigogliose e verdissime campagne a nord di Calcutta.

                             

 Il primo tempo indù che visitiamo, lo Hangseshwari Mandir  , si trova a Bansberia, a due ore di auto dalla metropoli e a poche centinaia di metri dal Hooghy, il ramo dell’ immenso delta del Gange che la bagna.  Lo Hangseshwari Mandir, dedicato all’omonima divinità, è una bizzarra costruzione ottocentesca, nota localmente anche come “chiesa dalla cupola a cipolla” per una sua presunta somiglianza con le chiese russe.  L’edificio, molto più probabilmente, si ispira, e ne è un’interpretazione del tutto originale, ai tipici templi bengalesi con torrette multiple in copertura (ratna), tipologia a cui appartiene il famoso e frequentatissimo Dakshineshwar Mandir (il tempio dedicato alla dea Kalì in riva al Hoogly, visitato a Calcutta) e di cui ammireremo altri esempi a Kalna.

La torre centrale, la cui porzione sommitale è in arenaria rosata, è circondata da altre 12 bianche torrette simmetriche  intonacate, su due diversi livelli; tutte sono coperte da cupole coniche dall’ aspetto quasi “vegetale”. Un portico a tre fornici su snelle colonnine binate costituisce la sala di preghiera, impreziosita della fontana centrale a fior di loto.

                              Attiguo allo Hangseshwari Mandir e con esso ben raccordato  sorge l’ Ananda Vasudeva Mandir (del 1679) , un classico esempio di architettura indù bengalese (eka ratna = una torre) che ci riporta alla memoria i magnifici templi di Bishnupur. In questo edificio, a differenza del precedente che spicca per il biancore dell’intonaco esterno, liscio e privo di decorazioni, ci si trova alla presenza di un esempio di “horror vacui”, molto frequente nei templi di questa tipologia, che ha portato i costruttori a rivestire ogni più piccola porzione delle pareti esterne con minutissime figurine, racchiuse in formelle quadrangolari, a loro volta ordinate in fasce orizzontali per ordine tematico.

Vi troviamo rappresentate scene di massa (combattimenti, cortei, barche con numerosi personaggi, orchestrine rituali, duelli) e personaggi singoli (musicanti, danzatrici acrobatiche) , animali (pappagalli, cavalli) e soggetti geometrici (rosoncini, girali, decori a nido d’ape) ispirate ai grandi poemi epici Mahabarata e Ramayana. Dalla facciata principale un portico a tre fornici, su massicci e tozzi pilastri, consente di accedere alla cella del “sancta sanctorum”; il portico si ripete anche lungo i due lati adiacenti. In corrispondenza della cella  spicca in copertura una robusta torre ottagonale, sempre in cotto a vista,  che ha indotto qualche studioso a definire lo stile di questo tempio “Armenian-style” .                          

 Proseguendo in direzione nord  a circa tre quarti d’ora d’auto, immerso in un quieto paesaggio rurale, tra una vegetazione lussureggiante in un’ansa del fiume, incontriamo il complesso dei templi di Guptipara ( XVII-XVIII sec. d. C). Si tratta di quattro templi, che si elevano da una comune piattaforma perimetrale di raccordo, disposti a quadrilatero intorno ad un fitto tappeto erboso centrale.  

         

Si accede all’area monumentale, circoscritta da un alto muro di cinta, attraverso un portale a tre fornici decorato con rosoncini in terracotta. Di fronte il Brindaban Chandra Mandir  con il suo tipico tetto bengalese a spioventi curvilinei degradanti dal centro verso gli angoli dell’ edificio (aat chala), ha i paramenti esterni intonacati, vivacizzati da elementi decorativi geometrici in terracotta, materiale che sottolinea anche alcuni elementi architettonici importanti (ghiere degli archi, basi dei pilastri, cornici della copertura, lesene angolari). Le superficie interne del portico sono decorate con delicate pitture a

 

tempera di soggetto sacro o floreale. A sinistra del portale d’ingresso il Krishna Chandra Mandir presenta un analogo trattamento delle pareti, se pur con una decorazione più contenuta, mentre il più modesto Chaitanya Deva Mandir rappresenta un significativo esempio del caratteristico tempio “Jor Bangla”, costituito da due corpi di fabbrica accostati, ciascuno con la sua copertura indipendente ed il compluvio centrale interno. A destra il Rama Chandra Mandir

 ripropone il modello di tempio (eka ratna) che abbiamo già incontrato visitando l’ Ananda Vasudeva Mandir a Bansberia. La decorazione, che in una delle facciate laterali è affidata alla geometria di rosoncini in terracotta incorniciati da un intreccio di fasce orizzontali e verticali , nella facciata si manifesta in un tripudio di raffinate scenette di suonatori (in particolare flautisti, percussionisti)  danzatrici e cortei militari.

     

                              Dopo circa mezz’ora d’auto, in tardissima mattinata, raggiungiamo Kalna, dove abbiamo previsto di pernottare al Priodarshini Hotel, una sistemazione che ci è stata preannunciata molto “basic”, di fronte all’ autostazione degli autobus. In effetti l’albergo non ha un aspetto molto attraente, ma la camera è ampia e pulita, ridipinta di recente, con servizi sufficienti; dobbiamo però tener ben chiusa la porta tra camera e bagno perché questo ha una finestra priva di infissi, senza zanzariera: ciò  consente l’ingresso nel bagno ad animali di piccola taglia come, ad esempio, un grosso geco che non ha perso l’opportunità di sceglierlo come luogo di caccia.

                              Pranziamo decorosamente in quella che possiamo definire una “hall polifunzionale”: una vasta sala alquanto buia in cui trovano posto, in un angolo, il minuscolo dimesso banco dell’ accettazione, un acquario per tristi pesci esotici, un paio di refrigeratori corrosi dal tempo, alcune motociclette parcheggiate, suppellettili varie accatastate lungo una parete ed alcuni tavoli sparsi per gli avventori.

                              Dedichiamo il pomeriggio alla visita dei numerosi, interessanti templi che si trovano concentrati in una ristretta area al centro di Kalna. Li raggiungiamo in auto, percorrendo un dedalo di vie e viuzze, tra numerosi stagni, macchie di verde, concentrazioni di negozietti ed abitazioni. Superato il portale d’ingresso ci affacciamo su un vasto giardino che, tra vialetti ordinati ed aiuole ben curate, ospita molti edifici sacri: Il Pratapeswara Mandir, il Rashmancha Mandir, il Lalji Mandir, il Pancharatna Mandir, il Krishna Chandra Mandir ed altri minori. Il Pratapeswar Mandir si distingue per il suo aspetto di torre massiccia e compatta, interamente ricoperta di minute sculture in terracotta (processioni, musici, sirene, cavalieri, cortei, scene di corte)  una sorta di “shikhara latina”, che si inalza isolata verso il cielo .

 

         

Le mura del perimetro ottagonale, aperte da una serie di archi, ed un padiglione centrale sono ciò che resta del Rashmancha Mandir . Il  Lalji Mandir ed il Krishna Chandra Mandir, simili tra loro, si caratterizzano per la selva di torri e torricine (25 su 3 livelli) che svettano sulla copertura; il Lalji Mandir si distingue per la presenza di un avancorpo: una sala coperta su 16 pilastri, aperta con 13 arcata su tre lati e, lungo il quarto, collegata al tempio. Alcuni fedeli sono intenti a consumare dei pasti rituali distribuiti da un bramino, mentre un’inserviente spazza e lava il pavimento ; altri visitatori locali, a piccoli coloratissimi gruppi, deambulano e pregano all’esterno.

   

Nel Krishna Chandra l’avancorpo è sostituito da una specie di piccolo pronao. Completa il gruppo dei templi di Kalna un tempio singolare  situato all’esterno dell’area che racchiude tutti gli altri, appena più a Sud, oltre la strada che li divide. Il tempio delle 108 cappelline, dedicato a Shiva, è costituito da due cerchi concentrici, rispettivamente di 64 e 36 celle accostate.

   

Prima di tornare in albergo per la cena, con le ultime luci del giorno, arriviamo sulla riva del Hoogly per una breve passeggiata.

                              Impieghiamo interamente il mattino successivo per raggiungere in auto l’albergo Sunshine  a Baharampur dove pernotteremo per due notti e che sarà la nostra base per le visite nei dintorni.

                              Dopo pranzo, a mezz’ora d’auto verso nord, ci rechiamo a Murshidabad, dove nel 1704, ai tempi dell’imperatore moghul Aurangzeb, il nawab Murshid Kuli Khan trasferì la capitale del Bengala da Dacca. Murshidabad rimase capitale del Bengala anche sotto il dominio britannico, finché non avvenne il trasferimento  a Calcutta, nel 1773. Del suo importante passato Murshidabad, che ora ha l’aspetto modesto di un paese di campagna, conserva alcuni monumenti grandiosi: in particolare gli enormi e scenografici palazzi Hazarduari e Nizamat Imambara che si fronteggiano separati dai giardini Saraj e riproducono, con le loro architetture neoclassiche, un improbabile angolo d’Europa.

Il primo è un edificio con possenti colonnati dorici, colorato di giallo crema  che conserva parte degli arredi originali (sontuosi troni del Nawab, tavoli da gioco, poltrone, quadri di soggetto celebrativo, vasi e suppellettili varie). Ne visitiamo l’interno assieme ad una vera folla di indiani di tutte le età. Il Nizamat Imambara delimita con la sua lunghissima, candida facciata neoclassica l’opposto lato settentrionale della vastissima spianata erbosa che separa i due palazzi, interrotta solamente dalla Torre dell’Orologio e dalla minuscola moschea Madina .

  

Alla suggestiva luce del tramonto visitiamo il Katra Masjid (del 1725). Due massicce torri poligonali, fortemente rastremate, delimitano la lunga serie di celle della madrasa ed il severo rigore della facciata della moschea è accentuato dal reticolo generato dal lieve aggetto di file orizzontali e verticali di mattoni a vista

    

All’esterno, nei pressi dell’ ingresso, un artigiano dà prova della sua abilità mentre è intento a rifinire una statua rituale di fango come abbiamo già visto innumerevoli volte nel quartiere di Kumartoli a Calcutta . Rientriamo infine a Baharampur e ceniamo nella semioscurità del ristorante dell’albergo.

 

La giornata odierna sarà dedicata alla visita di due località che si trovano sull’altra riva del fiume Hoogly (chiamato anche Baghirati, proprio come una delle quattro sorgenti principali che generano il Gange con l’ Alakananda, la Mandakini e la Yamuna). Per raggiungere la prima dobbiamo riattraversare tutta Murshidabad e ciò ci permette di visitare altre testimonianze dell’ antico splendore della città:vestigia di edifici coloniali ed islamici e del mausoleo di Azimunnisa Begum (1734 d. C.).

     

All’imbarcadero troviamo posto sul precario ponte in canne di bambù di un’imbarcazione a motore, senza parapetto e senza appigli di sorta. Assieme ad altri passeggeri, molti dei quali trasportano sulle loro biciclette luccicanti recipienti di metallo, pieni di pesci guizzanti, restiamo in equilibrio instabile, sostenendoci a vicenda durante tutto il tragitto

L’esperienza è sufficientemente breve da non divenire preoccupante ed anzi  lasciare un piacevole ricordo. Raggiunta l’altra riva  ci immergiamo nella vegetazione lussureggiante, percorrendo viottoli di campagna che costeggiano campi rigogliosi e verdissimi e minuscoli agglomerati di casette.

             

La località rurale, suddivisa in due nuclei (Badanagar e Baranagar), deve il suo interesse principalmente a due complessi sacri: il Char Bangla Mandir a Sud ed il Gangeswar Mandir più a Nord, oltre ad altri minori.

Il Char Bangla Mandir, come rivela il suo nome, è costituito da quattro (“char” significa 4 in hindi) distinti edifici raccordati da una piattaforma, come abbiamo già visto a Guptipara, ed è dedicato a Shiva. La decorazione in terracotta è qui particolarmente esuberante, con scene di cortei, schiere di soldati, duelli, battaglie, scene ispirate alla mitologia indù, eseguite con grande raffinatezza e maestria

     

Verso Nord, a poche centinaia di metri, presso un boschetto di bambù, si trova il tempio Gangeswar , del tipo Jor Bangla (due corpi di fabbrica simili, accostati lungo il lato maggiore) con le decorazioni riservate alla facciata principale (a tre arcate), agli spigoli, alle cornici ed alle porte laterali.

     

Durante la passeggiata abbiamo modo di osservare da vicino la vita di villaggio. Numerosi bambini di tutte le età giocano all’ombra delle loro abitazioni, la juta stesa sulle siepi essica al sole, un giovane insegnante ci invita con cordialità a visitare il piccolo edificio dove ha allestito una scuola di lingua inglese . Nell’unica aula troviamo due giovanotti ed un paio di ragazzi più giovani: sono i suoi allievi. Siamo ben contenti di posare per lui, assieme ai suoi allievi ed a sua madre per una foto ricordo. Ritornati sui nostri passi, attendiamo tranquillamente, presso la riva del fiume, l’arrivo del traghetto. Il nostro autista, che ci ha atteso sull’altro lato del fiume, ci riconduce in albergo per il pranzo.

                              Nel pomeriggio, dopo circa una mezz’ora d’auto ancora in direzione di Murshidabad traghettiamo nuovamente per la visita di Koshbag.

L’imbarcazione che ci trasporta è del medesimo tipo di quella del mattino; leggermente più grande, ha l’ardire di trasportare anche veicoli a motore (alcuni “tuc-tuc” ed anche qualche auto). Giunti sull’altra riva ci aspetta  un tragitto troppo lungo per essere percorso a piedi in tempi brevi, quindi saliamo su un “tuc-tuc” elettrico. Percorriamo così una stradina di campagna  , tra campi coltivati, palmeti, case di contadini e mandrie di bufali ed arriviamo ai ben curati giardini di Koshbag (Giardini della felicità). Al centro, in un elegante basso padiglione, vi sono le sepolture di Nawab Alivardi Khan, di sua madre, di Saraj-ud Daula e sua moglie Luft-un-nisa. I prati sono puliti e ben rasati; delle squadre di operai sono occupate nel restauro della moschea e di alcune tombe

 

Al ritorno, sul traghetto , ci imbattiamo in un minuscolo corteo nuziale composto dalla sposa nel vestito dal tradizionale colore rosso, dallo  sposo e da  pochi  parenti .

    

Alla sera infine prepariamo per bene il nostro bagaglio: la mattina successiva ci attende il lungo percorso  che ci porterà, dopo circa 4 ore d’auto e circa 140 chilometri a Malda, città che per due giorni sarà il nostro punto di riferimento per le visite nei dintorni. Monumenti dell’arte islamica, datati dal 14° al 16° secolo, sono il principale motivo d’interesse che ci ha portato in questa zona e sono concentrati in due circoscritte aree presso i villaggi di Pandua e a Gour.

 Iniziamo subito con la visita di Pandua che conserva due interessanti moschee ed un mausoleo.

L’ Adina Masjid (1364-1374 d. C.) è un vastissimo edificio costruito in pietra basaltica scura, riservata per lo più alle parti inferiori, e mattoni sapientemente lavorati soprattutto nelle volte.

   

 Non più aperto al culto, il complesso è ben mantenuto e molto frequentato da visitatori indiani. Sorprendente è l’abilità che ha consentito agli scultori di ottenere, nelle superficie decorate a bassorilievo del mirab (nicchia di preghiera per isolare l’imam durante la preghiera) e del minbar (pulpito), un effetto metallico; la pietra è così lucida ed il disegno così netto da far sembrare di bronzo gli elementi scolpiti Medesimo effetto produce la luce suffusa che avvolge le colonne della parte sopraelevata della sala di preghiera, riservata  alle donne (zenana). Il contrasto tra la lucente pietra scura dei fusti costolati e dei capitelli ed i mattoni delle volte con le loro geometrie semplici e rigorose crea un’atmosfera di forte suggestione.

                                 

                              Nel mausoleo di Eklakhi (1412-1415 d. C.) .  ad essere impiegato è invece quasi esclusivamente il mattone a vista. L’edificio, un grande massiccio parallelepipedo a base quadrata, è caratterizzato dalle tese linee curve che delimitano, in copertura, le quattro facciate e dalla possente cupola centrale. La luce può penetrare all’interno e lambire i sepolcri solamente dalle quattro porte che si aprono al centro di ciascuna facciata. La decorazione in terracotta è sobria e limitata ovviamente a soli motivi geometrici e floreali. Gli stipiti delle porte ed una fascia orizzontale all’altezza degli architravi, che le raccorda tra loro, sono gli unici elementi in pietra scura dell’edificio.

Quasi adiacente, ma mascherato da una fitta cortina di vegetazione, sorge il Qutb Shahi Masjid, edificio dalla severa facciata in pietra  con cornice di gronda leggermente curvilinea, tipica degli edifici bengalesi, serrata da due torricine angolari. Attraverso cinque portali ad arco acuto si accede all’interno: le pareti sono tutte in pietra lavorate con maestria e risaltano nitide le decorazioni (catenelle, rosoncini, palmette); mancano completamente le volte in mattoni, crollate. Lo spazio interno è ancor’oggi marcato dalla presenza di quattro colonne in pietra che contribuivano alla partizione della sala in dieci vani. In asse con le campate nel muro qibla (il muro che indica la direzione della Mecca) la nicchia del mirab è riprodotta quattro volte, mentre in corrispondenza della quinta campata è accostato un massiccio minbar.

    

                              Lungo le stradine dei dintorni, nei cortili antistanti le case, gruppi di persone, per lo più donne circondate dai loro figli più piccoli, sedute a terra, sono intenti a fabbricare “bidi”, le tradizionali sigarette indiane in cui il tabacco è avvolto in foglie di “tendu”, color verde/marrone:  un modo per arrotondare le loro magre risorse economiche

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                              A Gour si trova concentrato il gruppo più numeroso di monumenti architettonici islamici del Bengala, del 15°- 16° secolo. Sotto le possenti arcate del Barasona Masjid (Moschea d’oro, del 1526)   la luce, che penetra  dai portali perimetrali, crea un’atmosfera di raccoglimento e mette in rilievo la fuga delle campate , nonostante una porzione considerevole della sala di preghiera sia priva delle volte di copertura .

 Anche in questo edificio ritroviamo gli elementi caratteristici dell’architettura che abbiamo già incontrato nei giorni e nelle visite precedenti: la facciata racchiusa da torrette d’angolo, la cornice di gronda curvilinea tesa  su tutta la sua lunghezza, un sapiente accostamento ed uso dei materiali da costruzione. Alcuni giardinieri si riposano sdraiati sul pavimento, mentre altri sono intenti alla manutenzione dei prati circostanti, ben curati e ordinati, all’ombra di enormi alberi di tamarindo. Nell’avviarci all’imponente Dhakil Darwaza, la porta principale che dava accesso al forte di Gour, attraversiamo il villaggetto circostante con la sua vita tranquilla che ci scorre d’innanzi. Un paio di fabbri sono intenti al loro lavoro. Accoccolati a terra, tirando una cordicella con una mano, azionano i mantici, mentre con l’altra attizzano il fuoco o tengono immerse nelle braci incandescenti lame di falcetto da temprare.

    

 Poco più in là, in un tempietto dedicato a Shiva, un ragazzo sta pulendo per bene il pavimento di terra ed alcune coloratissime statue adorne di collane e vari ninnoli

    

                              La porta, quasi interamente in cotto, è un edificio del 1425 d. C. che, nelle intenzioni dei costruttori, doveva svolgere la sua funzione manifestando la potenza e la forza del principe che risiedeva all’interno della città. Lo scopo è stato pienamente raggiunto. La massiccia massa muraria è protetta ai quattro angoli da torri circolari ed una possente volta a botte ad arco acuto la attraversa, congiungendo la facciata interna con quella esterna.

                                            

                              Il Minareto Firoz (1486-1489 d. C.) svetta tra la vegetazione rigogliosa ed imponenti baniani. Alto 25,60 metri, ha il fusto costituito da un prisma a base dodecagonale con la parte terminale cilindrica. Anche questa costruzione è tutta in mattoni a vista, ad esclusione degli stipiti e dell’architrave della porta d’ingresso, una fascia perimetrale di base e i marcapiani.

                              Il Qadam Rasul Masjid (1531 d. C.) , il Mausoleo di Fath Khan (1658-1707 d. C.) , il  Lukachuri Darwaza, una porta merlata  del 1655 d.C. , il Chika Masjid (1450 d.C.)  e il Gompti Darwaza (1512 d.C.), sorgono molto ravvicinati e ripropongono i canoni noti dell’ architettura bengalese.

 

Gli ultimi due edifici, che si fronteggiano, sono però caratterizzati anche dall’uso sapiente di inserti in mattoni  e componenti di cotto smaltato in delicati colori tenui (turchese, giallo, panna). Percorrendo un viottolo fangoso, in un magnifico bosco di manghi, tra stagni dalle acque cupe, si giunge fino ad una radura da cui si possono ammirare le mura poderose che un tempo difendevano la città .

     

 Per completare la visita dei tesori architettonici contenuti nella scrigno di Gour dobbiamo raggiungere, ad un paio di chilometri, in prossimità del confine con il Bangla Desh, il Tantipara Msjid (1480 d.C.)  e il Lottan Masjid (1475 d.C.) . Per raggiungere il nostro scopo dobbiamo risalire una fila ininterrotta di autocarri fermi (quasi tutti stracarichi di pietrisco) . La frontiera con il Bangla Desh è chiusa e gli autocarri sono parcheggiati in tutte le strade dei dintorni ed ovunque ci sia un po’ di spazio; saranno circa un migliaio e sono fermi, così ci riferiscono, da circa 20 giorni !! Del Tantipara Masjid si conservano solamente le murature perimetrali in cotto finemente lavorato, mentre il Lottan Masjid è integro e ci riserva una sorpresa straordinaria. Inizialmente l’accesso all’interno ci è impedito da cancellate in ferro sbarrate e chiuse da lucchetti; ci dedichiamo perciò alla visita dell’esterno già molto interessante. Le murature sono impreziosite, oltre che da raffinate decorazioni, anche dal sapiente gioco con cui sono stati posti in opera i mattoni smaltati, alternativamente in file di colore diverso, verde, bianco, turchese, giallo crema. Il tempo ha ampiamente compromesso o asportato lo smalto superficiale, aggiungendo ai colori quello del cotto, ormai prevalente, ma è molto facile immaginare l’effetto originale.

     

Quando stiamo ormai per andarcene, arriva un giovanotto in abiti tradizionali e folta barba nera, che, aprendo i cancelli, ci consente di entrare. L’ interno è semplicemente straordinario. L’unica sala con copertura a cupola è preceduta da un portico con tre portali. La luce si riflette sulle superficie smaltate ed assume una colorazione molto calda. Gli smalti sono conservati meglio che all’esterno, i colori sono più intensi, il verde è così scuro da sembrare, a volte, quasi nero. L’intradosso della cupola è decorato con cerchi concentrici in mattoni a smalto bianco e scuro, intersecati da sedici raggi che si dipartono dal centro, ottenuti con il lieve aggetto della superficie. Questo è l’ultimo monumento che visitiamo e con esso il Bengala ci ha offerto un dono inaspettato

 

Nel tardo pomeriggio ci addentriamo per i viottoli di un villaggio che si trova non lontano dal nostro albergo, circondato da sterminati e verdissimi campi di riso .

         

 Siamo nel periodo della festa di Diwali, la “Festa delle Luci” ed anche nelle zone rurali ci si appresta a festeggiare. Alcuni ragazzi sono intenti a completare la vestizione di un paio di statue di creta della dea Kali’, lucenti di vernice nera e dalle folte chiome pure nerissime; ciò dà risalto alla lingua ed alle mani rosse ed agli accessori (braccialetti, diademi, mantelli e collane) dorati . Presso una fontana donne e ragazze attingono l’acqua in brocche ed orcioli metallici; servirà loro per le pulizie di casa in cui tutto il villaggio è impegnato, come da dettami della tradizione per questo giorno di festa. Altre donne stanno completando la ritinteggiatura delle coloratissime pareti delle case, alcune stanno ripulendo gli stipiti delle porte o i pavimenti in terra battuta dei cortili

                            

 Attratti da una musica ad alto volume, ci infiliamo negli stretti passaggi tra le abitazioni fino a giungere ad un cortiletto dove è stato allestito un spazio per danzare. Sotto gli alberi è steso un semplice telo di plastica a mo’ di copertura; su uno sgabello, in precario equilibrio, un apparecchio stereo è in piena attività. Un nugolo di bambini e qualche adulto stanno ballando tra alcune capre frastornate, alla luce di un paio di tubi al neon. Ritorniamo infine sui nostri passi per raggiungere l’auto ed incrociamo delle ragazze in bicicletta che ci sfrecciano accanto nei loro sgargianti salwar-kamiz .

 L’indomani impieghiamo tutta la giornata per ritornare a Calcutta . Una pioggia battente ci accompagna costantemente per molte ore, ma il traffico non è troppo intenso e le situazioni  di pericolo che normalmente si incontrano nei viaggi in auto sulle strade indiane si riducono solo ad un paio durante tutta la giornata. E’ ormai quasi buio quando giungiamo nuovamente all’ albergo Fairlawn, una vecchia casa coloniale nel centro della città a due passi dal Maidan, da cui eravamo partiti 6 giorni fa. Dopo cena usciamo sotto una pioggia battente per osservare come gli abitanti trascorrano queste ore di festa. Le sfolgoranti luci al neon si riflettono sull’asfalto bagnato, un gran numero di risciò-walla corre, spesso a piedi nudi, trasportando i clienti da un luogo all’altro . Appena ricevuti i pochi spiccioli per la “corsa” si fermano a rifocillarsi nei “ristorantini” volanti lungo i marciapiedi. Molti padiglioni provvisori sono stati eretti per le celebrazioni previste per la festa ed in alcuni i celebranti sono impegnati in cerimonie tra fumi d’incenso, scampanellii e sottofondi musicali, incuranti della pioggia.

                        

Ritorniamo infine in albergo; domani mattina dobbiamo svegliarci all’alba ed alle sei, prima di partire in aereo per Mumbai ed iniziare un’altra parte di questo viaggio, abbiamo programmato di visitare la settecentesca chiesa armena di Calcutta.

Testo di Fabio Scarso

 

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