VIAGGIO IN  NAGALAND IN OCCASIONE DEL HORNBILL FESTIVAL A KOHIMA

    

 “C’era una volta ….

 un popolo che dalla lontana Mongolia si mise in cammino (forse in cerca di nuovi pascoli o di terre da coltivare) finché un giorno si trovarono di fronte  una terra con una serie interminabile di montagne e colline verdeggianti per la folta vegetazione, così intricate da somigliare ad un covo di serpenti intrecciati. Esclamarono meravigliati: “Naga!!! Serpenti!!!” E trovarono che il posto era buono per viverci: c’erano i frutti della foresta, miele, animali selvatici ed uccelli fantastici, bambù e palme per le capanne, legna per il fuoco, fogliame per gli animali, acqua a non finire. Era un posto dove potersi fermare e lì si stabilirono chiamando quella terra Nagaland”.

 

Così mi piace immaginare le origini di questo popolo dai caratteristici tratti somatici indo-mongoloidi, diversi da quelli di tutti gli altri abitanti dell’India. La storia è una mia invenzione, ma è realtà il fatto che il Nagaland, con le sue verdi montagne che si incontrano, si intrecciano, si superano, si abbracciano dà veramente l’impressione di un enorme groviglio di serpenti.

E’ una terra rude il Nagaland, che poco o nulla concede al lusso e alle comodità, ma ha il fascino impagabile delle cose genuine. Uomini e donne con un senso di ospitalità innata, tipico delle popolazioni nomadi, c’è sempre pronto un bicchiere di tè per lo straniero curioso e un po’ impiccione (come me) oppure un frutto colto lì per lì per fartene dono. I villaggi con le capanne di bambù e i tetti di foglie di palma o di paglia di riso ti proiettano in una dimensione nuova, semplice, sconosciuta a noi occidentali sempre presi dalla fregola “dell’apparire”. Non dimenticherò mai le colazioni o la cena seduta su un basso sgabello davanti a un fuoco sempre acceso, tra la nebbia del fumo e il calore della fiamma ma anche delle persone che sfaccendavano nella cucina dell’albergo a Mon.

Come dimenticare il caffè con la moka di Rajan, la guida Assamese, fatto durante le soste nei lunghi spostamenti o l’allegria sbarazzina di Baro, la guida dell’Arunachal, la vicinanza protettiva di Phucan, l’autista,  che tra la folla del night bazar, non mi perdeva mai di vista. Come potrò mai dimenticarli!  

E le albe delicate e i tramonti infuocati, ma anche la polvere e gli scossoni sulle strade quasi inesistenti. I monsoni se le portano via e così ogni volta devono essere rifatte, dando lavoro a uomini e donne.  

E i piccoli musei nei villaggi sperduti nelle foreste, l’amore con cui il giovane figlio del capo tribù di Shangnyu racconta la storia della sua gente, mostrandoti oggetti che poco o nulla sono cambiati nel corso degli anni. Su una enorme, unica tavola di legno sono scolpite scene di vita quotidiana, con una predilezione per il miracolo dell’accoppiamento, ma alla estremità opposta campeggiano le sagome di due archi raffiguranti l’arcobaleno, segno di speranza. Presente e futuro. Non sono più cacciatori di teste, ci hanno  pensato i missionari cristiani a cambiarli (l’ultimo nel 1970) ma le armi che usavano per uccidere il nemico sono le stesse che ora usano per tagliare il bambù o la legna nella foresta.  

E a Longwa l’accoglienza del capo tribù, dalle 6 mogli e 60 figli, nella sua immensa capanna a cavallo tra Nagaland e Birmania, una casa-museo ricca di storia e di trofei (perfino un sedile di un aereo americano precipitato nei pressi durante la seconda guerra mondiale, lucido come uno specchio). Ci riceve nella sua stanza dove, insieme ad alcuni amici, sta fumando oppio davanti al fuoco. C’è sempre uno sgabellino per gli ospiti e tutti vogliono che ti sieda un po’ con loro a scambiare due parole (fortuna che c’è la guida a tradurre!). Sono tutti curiosi di sapere da dove vengo e si meravigliano perché viaggio sola, una meraviglia genuina, come quella dei bambini che ti vengono intorno e ti seguono non per chiedere (non esiste accattonaggio in Nagaland) ma solo per vedere come sei fatta.  

La vita non è tutta rose e fiori in Nagaland, è dura ma va avanti senza scosse. Si accende il fuoco già alle 4 del mattino ed il fumo crea scie di nebbioline tra le colline, entrando a far parte del paesaggio e creando panorami stupendi, proprio come fa la nebbia, poi c’è il lavoro nei campi, la raccolta della legna e, quando si ritorna a casa (mai con la gerla vuota), c’è da pestare il riso o il mais per farne farina, se non l’hanno già fatto i bambini, c’è da intrecciare il bambù, c’è da lavorare al telaio per tessere le sciarpe e gli scialli, ogni tribù con i propri colori caratteristici. Ma c’è anche il sorriso sempre pronto, c’è la gioia di vivere senza pretese e c’è sempre un bambino dentro lo scialle legato sulle spalle delle mamme o dei papà, della sorellina o del fratellino di poco più grandi o anche del nonno tatuato che, seduto in terra, intreccia strisce di bambù per farne gerle aiutandosi con i piedi, mentre il nipotino dorme tranquillo sulle sue spalle. Anche i ragazzi sembrano non avere tanti grilli per la testa, le scuole non mancano, il lavoro neppure e loro non se ne vanno, amano la loro terra e il loro villaggio e sono felici di accompagnarti spiegandoti com’è la loro vita, facendoti vedere i loro attrezzi e, come a Koio, spiegandoti che i magazzini delle granaglie sono in capanne fuori del villaggio per evitare i rischi che un incendio privi gli abitanti del necessario sostentamento, e dicendoti con orgoglio che nessuno ruba niente.        

     E accanto ai vivi continuano a vegliare anche coloro che non ci sono più e sulle tombe non è difficile vedere gli oggetti che più hanno usato in vita, come le scarpe, la chitarra, i vestiti, perfino la valigia con cui sister Shensa, venuta a mancare a soli 28 anni, è arrivata al villaggio. C’è un misto di cristianesimo e di animismo che convivono in buona armonia, del resto non è facile dimenticare completamente che, prima di essere convertiti, si credeva negli spiriti.

Onesti e lavoratori i Nagamesi, e allegri.

 

 

E l’allegria esplode durante l’Hornbill festival di Kohima, il festival dei festivals, in cui ogni tribù (ma anche gli altri stati del Nordest dell’India) partecipano con i loro coloratissimi costumi, con le danze ritmate, i canti, i giochi, le gare dando vita ad uno spettacolo che è non solo folklore, ma vita vissuta. Si mimano guerre e danze d’amore, il volo degli uccelli e la fatica della terra, addirittura si mima, tra l’ilarità dei presenti, l’assalto ad un villaggio ed il taglio della testa del nemico. Non per niente erano cacciatori di teste.  

Alla periferia di Kohima è stato creato un villaggio ricostruendo le capanne di ogni tribù, con i loro ornamenti, i loro totem, i loro enormi tam tam comunitari, tutte di bambù, foglie di palma e paglia di riso, con le cucine per il servizio di ristoro, dove puoi mangiare alla maniera Pochury o Chang, Konyak o Angami o qualsiasi altra specialità tribale, gomito a gomito con la gente in abito tradizionale.

Una gioia per gli occhi ed un ristoro per il corpo e per lo spirito.  

Uno splendido, ben organizzato (come al solito), viaggio in un’India completamente diversa, tanto che spesso dimenticavo di trovarmi nella stessa terra degli elaborati templi induisti del Rajasthan, della sconvolgente miserevole realtà di Calcutta. “Un altro mondo”, più vicino a noi di quanto si possa credere perché ci tocca nel profondo, con la sua capacità di risvegliare la consapevolezza delle nostre radici.

Loro hanno una marcia in più, dobbiamo fare del tutto per “metterci in pari”.

Grazie Franco, grazie Kristin

 

Rossana Cisterna  

Dicembre 2013

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un cacciatore konyak

un anziano

una bimba felice

un padre orgoglioso

il capo angh di longwa

moglie di un capo villaggio

2 ragazzi Kachari

i konyak

danzatrici

una festa di colori e sorrisi