Persistenza. A distanza di settimane,  il ricordo (e la voglia di rinnovarlo, parlandone) è  tenace, persistente, te lo senti ancora addosso, come la polvere che ti ha investito per giorni e che per giorni non sei riuscito a scrollarti  via. Persistenza anche  di alcune sensazioni fisiche, che ti affiorano, forti, senza che ci sia una ragione particolare: la pelle secca, per esempio, quella che ci ha accompagnato  fino al ritorno a Kathmandu. Asciutta, più che secca, e, in fondo, piacevole, come “ripulita”dagli  umori della vita normale. E persistenza di un benessere della mente e del corpo, che è sempre retaggio di un viaggio, ma che nel caso del Tibet ha una durata che nessun altro viaggio mi ha lasciato.  

Il centro emotivo del viaggio è la regione occidentale. Certo, la zona centrale, quella sotto i 4.000 metri, ti appare come un’oasi prodigiosa quando cominci a intravedere da lontano, dopo settimane di deserto e di freddo, il segno dell’agricoltura, con le diverse gradazioni di verde che si aggiungono ai colori che ti hanno riempito gli occhi fino ad allora. Ed è straordinario il paesaggio, che ogni tanto, qui, ad altitudini più “umane”,  sembra annunciare che l’uomo non è casuale, non è di passaggio, la sua presenza ha una ragione e una durata nel tempo. E i monasteri, spalmati sulle montagne o che le montagne le guardano come da una terrazza. E i paesetti, e le città, e la meravigliosa Lhasa, vitale e indifferente a chi la occupa e a chi la visita, e i monaci con le vesti accese, e i loro dibattiti nei giardini ombrosi che, al suono delle voci, danno l’impressione di un’immensa voliera…

Visioni bellissime, anche choccanti, ma che rientrano in una categoria già più conosciuta, perché in qualche modo potevi immaginarle. Le grandi distese dell’altopiano a ovest, invece, no. Per me hanno rappresentato il massimo dell’“altrove”.  L’immensità di questo pianerottolo del mondo, che ogni istante, ogni metro che percorri fa avvertire la sua esistenza (non puoi dimenticarti che sei a 4.500 metri, le tue gambe e i tuoi polmoni te lo ricordano sempre), è stata la straordinaria sorpresa. Sapevo che il deserto ha un grande fascino per me, e che il deserto di montagna ha un’intensità particolare. Ma non sapevo che qui, nei chilometri e chilometri che portano al Kailash e oltre, era diverso da quello che potevo prefigurarmi: infinito per le dimensioni, per le continue, minime variazioni, per il cielo brillante, per l’intensità del vento. Il freddo? Il mal di testa per l’altitudine? La scomodità? La mancanza di una doccia o almeno di un gabinetto con una parvenza di igiene? Quisquilie irrilevanti. Anzi, forse divertente contorno di una esperienza pervasiva e preziosa. E’ stato qui, davanti a una natura che si impone con violenza nella sua maestosità e mostra una faccia di crudele indifferenza, che per me è stata più avvertibile una sensazione di spiritualità. Che non ha nulla a che fare con la religiosità bigotta dei pellegrinaggi, delle kora, delle prostrazioni e delle ruote di preghiera. È la spiritualità del vento e delle montagne dalle altezze inconcepibili, dei radi fili di erba secca e dei blu dei laghi che ti ingannano con colori che sembrano mediterranei. E in mezzo, qua e là, un’umanità fatta soprattutto di donne e bambini, che condividono l’aria con la polvere e portano a spasso la loro vita con leggerezza. E sorrisi.

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