Recensione del libro

"Narrative of the Mission of George Bogle to Tibet and of the Journey of Thomas Manning to Lhasa"

di Clements R. Markham

Ed. Cosmo Publication, India,1989; first published 1876 

 Bogle e Manning non erano i primi due europei bensì i  primi due inglesi ad entrare in Tibet. Due personaggi completamente diversi ci raccontano del Tibet negli anni tra il ‘700 e l’ ‘800.  

Gearge  Bogle,(177-1781) insieme al chirurgo Hamilton, vengono inviati in Tibet nel 1774 da Warren Hastings, primo governatore della Compagnia delle Indie, con  uno scopo politico e commerciale. Politico perchè gli viene richiesto di tracciare delle mappe, fare attenzione agli usi e costumi del popolo tibetano, la sua relazione con la Cina, le capacità dell'esercito e via dicendo, quasi precedesse lo spionaggio del periodo del Great Game. Commerciale, nella speranza di aprire una relazione commerciale attraverso il Bhutan.  

Bogle è sorprendentemente attento a tutto quello che lo circonda, e con una facilità fuori dal comune descrive l’arredamento complicato della camere del Panchen Lama a Shigatse, città dove si ferma perchè non arriverà a Lhasa. In una delle sue conversazioni con i rappresentanti del governo di Lhasa fa notare che quest’ultimi non possono prendere decisioni commerciali con stranieri perchè sono sotto “il potere dei cinesi”: a quel tempo il governo di Lhasa era nelle mani di un reggente troppo favorevole alla Cina. A Bogle basta un colpo d’occhio per descrivere un luogo con tutte le piante, citandole per nome, mentre è a cavallo su strade poco confortevoli.

Bogle fa notare, inoltre, come i Tibetani siano lontani dal rispettare le regole religiose; si lasciano andare liberamente alla caccia, mangiano carne e si ubriacano di chang.

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Di tutt’altra pasta è Thomas Manning. (1772-1840). Manning viene considerato fra lo studioso e lo stravagante! Matematico, ingegnere e dottore, amante della cultura e della lingua cinese, si mette in testa di entrare in Cina via il Tibet perchè gli è stato rifiutato il permesso per entrare da altre parti. Fa la sua entrata in Tibet nel 1811, sebbene poco interessato al paese stesso. L' importanza del suo viaggio sta nel fatto che, a differenza di Bogle e di altri, è il primo occidentale a raggiungere Lhasa senza permesso. Non era a conoscenza che il permesso gli era stato rifiutato! Un generale cinese, conosciuto durante il percorso, gli facilita il viaggio fino alla capitale, da dove viene cacciato dopo 5 mesi di permanenza. Unico occidentale che riesce a restare così tanto tempo e avere anche un’udienza con il Dalai Lama! Di tutt’altra pasta, dicevo, perchè scarse sono le sue notizie sul Tibet, il suo problema più impellente è quello di mangiare bene e avere buone sistemazioni. Non ama molto i tibetani “...Chinese politeness, even in the common soldiers, forms a great contrast with the barbarians of this place” [pag 217 op. cit];" Con molto spirito descrive il suo cavallo, forse dilungandosi un pò troppo, e riporta le discussioni con il suo servitore. Descrive il Tibet occupato dai cinesi che si comportano come padroni, e narra che tutto è molto cinese. “Here I was struck with the appearance of everything being perfecly Chinese” [pag 227 op. Cit]. Ritorna nel suo paese senza essere riuscito nel suo scopo, raggiungere la Cina!

Franco Pizzi.

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