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Molti anni fa, per l'esattezza 30, finiti i nostri studi salimmo sull'Orient Express con destinazione Asia. Il percorso era lungo, si attraversavano vari paesi e si incontravano differenti avventure. La prima città era Istanbul, dove il treno faceva capolinea. Si proseguiva con un pulman locale per il confine con l’Iran. La frontiera era qualcosa di selvaggio; dalla casupola della polizia si vedeva il monte Ararat e alle volte echeggiavano degli spari. “Cosa succede?” era la domanda. “Nulla, perchè?” la risposta.

Poi si proseguiva per Tabriz, prima città iraniana, e da qui, sempre in pulman, per Teheran. Finalmente la prima sosta! Si mangiava bene, e per pochi soldi si dormiva in un buon albergo. Quello era l’Iran dello Scia. In seguito il treno ci portava a Mashad, città sacra all’Islam e ultima città prima dell’Afghanistan. Una città poco sicura. Li' richiedemmo il visto per l’Afghanistan, ad un funzionario pigro, in un edificio squallido. Il giorno dopo dovevamo passare un pezzo di “terra di nessuno” . Ci aspettava un pulmino afgano, e dopo aver contrattato il prezzo si partiva nel deserto. La distanza veniva coperta in un ora. Se tutto filava liscio. Ma non filava liscio. A metà strada il pulmino si fermava e il signore, un alto e sorridente afghano, ci chiedeva un “supplemento”; se non  si accettava, si scendeva.

Finalmente... Herat! Un piccolo villaggio da mille e una notte. La prima volta che vi arrivammo era una notte di luna piena. La strada era una pista sabbiosa, e alla stazione degli autobus salimmo su una specie di carrettino siciliano trainato da un cavallo, nel buio della notte allettata dal tintinnio dei campanellini, per andare in cerca di una guest house.

Allora l’Afghanistan era tutto diverso. Gente bella sotto tutti gli aspetti; ci riceveva sorridente nelle guest house.  Si passava la serata  a fumare e chiacchierare nel giardino. Durante il giorno, senza pericoli, si poteva andare nelle fattorie e sedere insieme con la famiglia, a godersi il fresco regalato dagli alberi di gelso. Non si parlava molto, non ci si capiva, ma era bello. Con un altro pulman locale si proseguiva verso Kandahar, poi a  Kabul. L’ultima volta che passammo per questo magnifico paese,  i russi  stavano buttando le basi per regalarci l’Afghanistan odierno; avevano imposto il coprifuoco!

E poi ci si trovava sul mitico Khyber Pass, dove lungo la strada cartelli avvertivano che “le autorità governative non rispondevano dell’incolumità dei turisti che si allontanano oltre 300 m dal ciglio della strada”.

Si passava il Pakistan  velocemente, per arrivare al più presto a Lahore e da qui, a piedi, si attraversava l'ultimo  pezzo di strada che ci separava dall'India.

E poi finalmente arrivammo! L’ufficio di polizia indiano si trovava nel deserto, a pochi km da Amritsar. Mentre aspettavamo, notai che le pratiche di immigrazione seguivano un ritmo molto lento, e che ogni tanto uno degli impiegati passava gli occhiali all’altro, e poi interrompeva il suo lavoro. Vedendomi perplesso, uno di loro mi disse, sorridente e gentile: “Oggi ho dimenticato gli occhiali a casa, e siccome abbiamo le stesse diotrie, io e il collega ce li scambiamo . Sorry”. Che dire! Era già l’India.

Per molti anni girammo tutta l’India, da Nord a Sud, alla mitica Goa dove ci si impigriva fumando sulla spiaggia o sulla veranda di casa, e dove ogni notte di luna piena si celebrava con una festa sulla spiaggia. Ma non era quello che cercavamo. Desideravamo la conoscenza spirituale, fosse essa da trovare nell’induismo oppure nel buddhismo. Così una serie di circostanze ci portò nel Nord a Dehradun, in un villaggio di tibetani in esilio. Incontrammo un lama tibetano che ci consigliò di andare a Bir. Andammo e dopo alcuni anni che frequentammo il monastero di Sherabling  incontrammo colui che di seguito divenne il nostro Maestro, Salgey Rimpoce. Il monastero dove viveva si trovava nella foresta; un luogo molto selvaggio, primitivo. Li  ci eravamo stabiliti.  A quell’epoca Kristin e io vivevamo in una piccola casetta nella giungla, poco distante dal monastero. Il tempo era scandito dagli insegnamenti del nostro adorabile, vecchio e saggio maestro, e dalle pratiche di meditazione  fatte in ritiro nella  casetta priva di elettricità e servizi igienici. Un problema quando c’erano i monsoni! Studiavamo il tibetano con un  amico monaco, Karma Dorje, e incominciammo a tradurre i “Centomila canti di Milarepa”, ora pubblicati dalla casa editrice Adelphi. Le avventure in questo posto così lontano dalla civiltà furono tante e le potete leggere su altre pagine.

Siccome dovevamo mantenerci, in  quel periodo  iniziammo ad organizzare viaggi sfruttando la nostra conoscenza  dei luoghi. Con l’aiuto di un amico in Italia si formavano  piccoli gruppi per viaggi in India, particolarmente in Himachal Pradesh e in Ladakh. Passavamo il periodo dei monsoni in Ladakh, ci restammo per lunghi periodi e conoscemmo a fondo la regione, la cultura, e anche un pò la lingua, abbastanza simile al tibetano che già conoscevamo.

Poi alcuni tour operator italiani e francesi ci offrirono di lavorare per loro come accompagnatori di viaggi organizzati. Cominciammo a viaggiare in Tibet,  in Bhutan, in Nepal, e in tutta l’India,  perlustrammo regioni affascinanti perchè non ancora destinazioni di turismo di massa, come l’Arunachal Pradesh, e guidammo trekking di ogni grado di difficoltà  in Ladakh.

Passarono gli anni. Assistemmo alla cremazione del nostro maestro. Ora continuiamo le traduzioni, gli studi e le ricerche sul buddhismo tibetano e la cultura di questo popolo. I viaggiatori-viandanti, quelli dell'inizio del racconto, si sono fermati. Ma viaggiamo ancora: ci siamo specializzati nell’organizzazione e l'accompagnamento di viaggi particolari. Alle volte viaggiamo fisicamente, insieme con i nostri clienti; alle volte li seguiamo con il telefono, per essere sicuri che tutto proceda bene.  Mettiamo a disposizione  l’esperienza acquisita sul campo per coloro che vogliono visitare qualche parte di questa nostra Asia.

15 agosto 2007

PS. Franco è deceduto il 24 Ottobre 2016 all'ospedale di Ancona in seguito ad una infezione sopravvenuta dopo una pesante operazione.

kristin in sikkim con mario e suresh

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