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L'ORIGINE  DELLE  DANZE  RITUALI  IN  BHUTAN

 

 

 

Per fare in modo che la popolazione del Bhutan potesse essere in un continuo stato di gioia, molti Lama eruditi iniziarono la tradizione delle danze rituali, in cui vengono invocate le divinità degli insegnamenti tantrici. Per mezzo della loro benedizione e del loro potere tutte le situazioni sfavorevoli sono eliminate, la fortuna aumentata e tutti i desideri realizzati.

Shabdrung Ngawang Namgyel (1594-1651), il potente signore della scuola Drukpa, fu il protettore di tutti gli esseri nel paese e, secondo gli insegnamenti tantrici, compose le seguenti danze:

 

Shana: La danza dei cappelli neri

 

Questa danza di purificazione del terreno viene anche effettuata nell'occasione della costruzione di Dzong, templi e stupa. Tende a rendere amiche le entità negative del luogo in modo che lo yogin tantrico possa prendere possesso del terreno.

I danzatori assumonono l’aspetto di yogin che hanno il potere di uccidere e ridonare la vita. Con lo scopo di condurre nelle terre del Buddha chi non può essere condotto con mezzi pacifici, essi sottomettono i nemici della dottrina manifestando la loro ira, che comunque è compassionevole perché internamente hanno realizzato una mente pacifica.

I danzatori dal cappello nero prima costruiscono un mandala e in seguito tagliano a pezzi i demoni; quindi prendono il controllo del luogo, con lo scopo di proteggerlo nel futuro. I passi che eseguono nel corso della danza  vengono chiamati i “passi del tuono” ed hanno l'obiettivo di imprimere il loro potere sul terreno su cui stanno danzando.

Per disegnare il mandala utilizzano una pratica derivante da un testo chiamato “ Lamey Gyu”. A causa del particolare potere di queste danze, anche il solo vederle purifica le oscurità mentali che sono state accumulate nel corso di eoni e gli ostacoli interni ed esterni sono purificati. Le danze erano così importanti che lo Shabdrung in persona le praticava.

 

Shawa Nga Cham: La danza dei cappelli neri con il tamburo.

 

Per celebrare la vittoria della religione sui nemici viene effettuata questa danza, il cui suono pervade i tre mondi. Non appena i danzatori hanno distrutto i nemici che perseguitano gli esseri e la dottrina buddhista, impugnano il grande tamburo del buddhismo. Il suono simboleggia la religione che non può essere mostrata in nessun altro modo poichè non ha una forma visibile.

 

Dranyen Cham: La danza con le chitarre.

 

Questa danza viene eseguita con uno stato mentale pacifico al fine di celebrare l’istituzione e la diffusione della scuola Drukpa in Bhutan.

Shabdrung Ngawang Namgyel, la reincarnazione di Ugyen Rimpoche e di Thugje Chenpo, portò sotto il suo controllo "la vasta terra del Sud dei quattro approcci" (il vecchio nome del Bhutan) e la benedì. Egli protesse i suoi sudditi come figli attraverso l’instaurazione di leggi civili, costruì templi, palazzi, meravigliosi chörten e statue, e fece scrivere molti libri religiosi come supporto per la fede. Impose dei regolamenti disciplinari molto severi sul clero e sul collegio tantrico; aiutò, come fossero i tre gioielli, la comunità monacale che praticava il traning morale dell’ascolto, della riflessione, della spiegazione, della comprensione e della meditazione dei testi di base contenuti nel canone buddhista. A ricordo di tutto questo viene eseguita la danza delle chitarre.

 

Chos shey: Canti religiosi.

 

Eseguita per commemorare l’apertura della via d’accesso alla montagna di Tsari (Tibet orientale) per i devoti che si recavano in pellegrinaggio da Tsangpa Jarey (1161-1211), fondatore della scuola Drukpa.

Quando Tsangpa Jarey arrivò in Tsari, una rana, che era la divinità guardiana del luogo, si trasformò in uno yak, impedendogli di proseguire. Quando Tsangpa fu raggiunto dai suoi tre amici spirituali, questi gli chiesero qual'era il modo migliore per rimuovere l’ostacolo. Tsangpa Jarey saltò sulla rana, fece una danza e disse: “Se qualcuno vuole paragonarsi a me, il figlio del glorioso lignaggio Drukpa, che si faccia avanti.” La rana, a questo punto, si trasformò in una roccia, ma la roccia era fangosa e quindi il santo lasciò un’impronta del suo piede su di essa. In questo modo la rana fu sottomessa; offrì a Tsangpa la sua forza vitale che fu accettata da quest’ultimo. In seguito, avendo elevato la rana a divinità guardiana del luogo, egli aprì la strada per i pellegrini. Tutti i devoti che intraprendono la strada per Tsari, ancora oggi, ottengono una completa felicità già solo raggiungendo la località.

 

Tungam: Danza delle divinità irate.

 

La danza ha come scopo la liberazione degli esseri, mostrando loro il paradiso di Guru Rimpoce, Zangtopeltri. In questo caso Guru Rimpoce assume la forma di Dorge Dragpo: il fulmine fiero.

Questa danza, spettacolare e drammatica, racchiude un significato simbolico molto profondo. I danzatori si presentano, una prima volta, come divinità che cercano di confinare gli spiriti malvagi in un cerchio o in una scatola. Quando questo è stato portato a termine, la divinità principale che impugna un purba (coltello rituale) li uccide. Con quest’azione egli salva il mondo da loro ma nello stesso tempo dona loro la salvezza. Gli uomini e i demoni che diventano nemici del buddhismo, la fonte di ogni felicità, non hanno nessuna possibilità di essere convertiti con metodi pacifici; per questo motivo Guru Rimpoce assume la forma di Dorge Dragpo e uccidendoli, li libera e li indirizza verso la sfera della beatitudine.

 

Guru tshen gyed: Danza delle otto manifestazioni di Guru Rimpoce.

 

La danza rappresenta le otto manifestazioni di Guru Rimpoce che egli assume per le differenti specie di esseri.

Ugyen Rimpoce è il secondo Buddha e un incarnazione di Avalokiteshvara, il signore della compassione. Quando egli nacque come figlio di un guardiano di polli, fece il voto di guidare verso la liberazione tutti gli esseri del mondo in generale, ed in particolare quelli del Sikkim, Bhutan e Tibet. Questo è il motivo perchè viene molto venerato in questi paesi. Quando il Buddha era vicino al momento di passare nel nirvana egli disse ai suoi discepoli: “Non siate tristi, io tornerò dall’ovest”

Quindi riapparve come Ugyen Rimpoche. Quando le 100.000 dakini della saggezza pregarono i Buddha delle dieci direzioni di mandare qualcuno a guidare gli esseri, essi decisero di inviare tutte le virtù dei loro corpi, parola e mente in Ugyen Rimpoche.   

Le sue attività sono innumerevoli; qui viene spiegato come egli aiutò gli esseri attraverso otto manifestazioni:  

  1. Egli nacque da un loto blu sul lago Danakosha in Oddhyana e fu invitato a diventare il figlio del re Indrabhuti. Quindi fu chiamato Guru Tshokye Dorji: il fulmine di diamante nato dal lago.

  2. Egli rinunciò al suo reame ed andò a ricevere insegnamenti dal maestro Prabhati nella grotta di Maratika (Nepal). Il suo nome divenne Guru Shakya Senge: il leone del clan dei Sakya.

  3. Dopo aver ascoltato tutti gli insegnamenti del Vajrayana “il veicolo di diamante” e dopo essersi perfezionato in tutte le conoscenze dei Pandita indiani, egli ottenne la completa realizzazione e fu in grado di vedere tutti gli i e le divinità tutelari (yi-dam). Quindi fu chiamato Guru Loden Chogsey: Il Guru che vuole acquisire la perfetta conoscenza.

  4. Dopo aver sposato la sorella del re Ling di Zahor, egli fu condannato alla pira dallo stesso re. Attraverso i suoi poteri magici, trasformò la pira in un lago e convertì tutto il reame al buddhismo. Il suo nome divenne Guru Padmasambava: il nato dal loto.

  5. Quando tornò in Oddhyana, il capo di questo paese lo volle bruciare. Ma il fuoco non poté bruciare il suo corpo; dopo che ebbe quindi dato questo segno di realizzazione il capo della regione gli offrì il suo regno e i suoi sudditi. Così fu chiamato Guru Pema Gyalpo: il re del loto.

  6. Quando stava pregando le dakini negli otto grandi cimiteri, catturò la forza vitale dei demoni e li trasformò in divinità protettrici della dottrina. Quindi fu chiamato Nyima Yoeser: raggio di sole.

  7.  Nel periodo in cui 5 eretici cercavano di distruggere la dottrina del Buddha, egli li vinse con il potere della sua parola; inoltre fece scendere dal cielo un fulmine con il potere dei suoi mantra, ed essi furono bruciati.  In questa occasione egli fu chiamato Senge Dradrog: colui che parla con la voce del leone.

  8. Quando risiedeva a Senge Dzong in Kurto e a Taktsang in Paro assunse la forma di Dorge Dragpo e sottomise i demoni che minacciavano la dottrina. Egli li benedisse come guardiani della dottrina e fu chiamato Guru Dorge Drolo: fulmine.

La fata che prende il posto alla destra di Guru Rimpoce è Mandarava, la signora della saggezza. Ugyen Rimpoce fece di lei una sua propria emanazione per il beneficio degli esseri nel regno di Zahor. Alla sua sinistra Tshogyal, la rappresentazione della saggezza, madre di tutti i Buddha. Essa fu di aiuto nella divulgazione del buddhismo in Tibet.

Le sedici dakini sono l’emanazione della stessa persona, sono divinità per le offerte divise in quattro categorie. Ognuna di questa categorie sono a loro volta divise in quattro, il ché fa il numero di sedici.

 

Durante questa danza la gente crede che Guru Rimpoce sia effettivamente presente e quindi nasce nella loro mente una fede immutabile per il corpo, parola e mente del Guru facendo nascere nelle loro menti una beatitudine indefinibile.

 

Durdag: Danza dei signori dei luoghi di cremazione.

 

Sono i protettori che vivono negli otto grandi cimiteri situati nel perimetro esterno del monte Sumeru.

Sul bordo di un simbolico mandala dove risiedono le divinità segrete tantriche si trovano gli otto grandi cimiteri. In questi luoghi di cremazione vivono innumerevoli protettori legati alla dottrina da un voto e tra di loro vi sono i Signori dei cimiteri che proteggono queste aree. A causa della promessa alla quale sono vincolati a tal punto da non potersene assolutamente slegare, queste divinità rendono impotenti tutti i demoni che cercano di danneggiare la dottrina.

 

Le seguenti danze sono state iniziate da differenti santi e da varie tradizioni:

 

Ging dang tsholing: Danza di Ging e Tsholing

 

Nell’occasione della consacrazione del monastero di Samye, Tibet, Guru Rimpoce fece questa danza con lo scopo di mostrare al popolo tibetano Zangtopelri: il suo paradiso.

 

La danza rappresenta il paradiso di Ugyen Rimpoce da dove tutte le sue incarnazioni si emanano e si distribuiscono nei tre mondi. Al centro di un palazzo auto-emanato è seduto Ugyen Rimpoce. Alla sua destra sono seduti i santi e alla sua sinistra i pandita del Tibet e dell’India. Nelle zone intermedie  si trovano i Tertön, (scopritori di tesori) ed i suoi 25 discepoli incluso il re del Tibet Trisong Detsen.

Al centro di un arcobaleno l’assemblea delle divinità tutelari (Yi-dam), gli eroi (Pawo), e le dakini nelle forme pacifiche ed irate.

Tutti i protettori della religione nell’aspetto irato, sia maschili che femminili, sorvegliano le quattro entrate nelle quattro direzioni; nel mentre i quattro imperatori universali comandano un esercito formato da otto classi di esseri.

Queste incarnazioni sono manifestate nelle danze di Ging e Tsholing: la danza che si svolge più all'interno chiamata Ging è eseguita dall’assemblea degli eroi, dalle divinità tutelari e dalle dakini come anche dalle divinità terrifiche. La danza esterna è eseguita dai protettori della religione con il loro seguito di otto classi di spiriti. Lo scopo di queste danze movimentate e miracolose è quello di scoraggiare i demoni e di purificare il luogo prima dell’arrivo di Guru Rimpoce. La gente fischia per cacciare via gli spiriti e i Ging battono con un bastoncino sulla testa degli spettatori per scacciare le impurità del corpo. Gli Tsholing, dopo aver distrutto i demoni, simbolizzati da un effigie in una scatola nera, vengono allontanati dai Ging che rimangono soli e fanno una danza di vittoria battendo sui loro tamburi.

 

Sha cham: Danza dei quattro cervi.  

 

Molto tempo addietro quando Ugyen Rimpoce era in questo mondo, egli sottomise il re del vento che spargeva molto terrore  con il suo potere di fare tremare le persone, e anche il mondo stesso. Ugyen Rimpoce cavalcò il cervo, che era la bocca del dio del Vento, e con questo atto pacificò e diede felicità a tutti gli esseri. La prima delle reincarnazioni di Nam Nying trovò l’effigie della faccia del cervo ed in questo modo si iniziò la tradizione della danza del cervo bianco.

 

Raksha mang-cham: Danza del giudizio della morte.

 

Questa danza è basata sul testo  "Bardo Thödrol", nascosto da Guru Rimpoce  e riscoperto da Karma Lingpa nel 14° sec.

La danza, che può essere vista più come un gioco che altro, dura all’incirca due ore.

Inizia con una lunga danza dei Raksha, gli aiutanti di Shinje, il signore della morte, durante il giudizio. Quindi lo stesso Shinje appare sulla scena, simbolizzato da un grande pupazzo che tiene uno specchio, e con lui entrano le divinità bianche e i demoni neri. Shinje siede e tutti i suoi seguaci fanno lo stesso disponendosi in due file di fronte a lui. Inizia il giudizio!

Prima danzano i demoni neri e gli aiutanti principali; quindi arriva il peccatore, vestito di nero e con un cappello rosso. È molto spaventato e cerca di fuggire più volte, ma ogni volta viene ripreso dagli aiutanti. Da un cesto che si porta appresso viene estratta la testa appena tagliata di una mucca, segno che l’ha uccisa; il giudice pesa le sue azioni! Le divinità bianche decantano i suoi meriti, mentre i demoni neri espongono i suoi peccati; infine viene stesa una stoffa nera  sul terreno, la via dell’inferno, ed il peccatore vi viene inviato.

Segue una danza, dopo di chè ognuno riprende il suo posto originale. Arriva un altro uomo! È vestito con abiti bianchi, e tiene una bandiera di preghiera e una sciarpa cerimoniale, entrambe simboli delle sue virtù. Si ripetono le stesse scene di prima con la differenza che alla fine viene inviato in paradiso dove viene accolto da fate vestite con abiti di broccato e con ornamenti di osso. All’ultimo momento il demone nero infuriato per aver perso un cliente cerca di afferrarlo ma il dio bianco lo protegge.

 

Phole mole: Danza dei nobiluomini e delle signore.

 

Presa dalla biografia del Re Norzang vissuto nel regno chiamato Naden nell’India del Nord.

 

Anche questa è più una comica che una vera e propria danza. Gli attori sono due principi e due principesse. I due principi devono partire per la guerra e lasciano le loro consorti alle cure di una vecchia coppia. Non appena essi partono, il pagliaccio di corte tenta di giocare con le principesse e di corrompere la vecchia che comunque agisce in maniera dubbia. Quando i principi ritornano rimangono scandalizzati dall’atteggiamento delle consorti, le tagliano il naso come punizione; la stessa sorte attende la vecchia. In seguito viene chiamato un medico per riattaccare i nasi ai vari proprietari; ma la vecchia puzza talmente che il medico è costretto a usare un bastone perchè non la vuole toccare. Infine il principe sposa la principessa e tutti sono contenti.

 

Kye cham: Danza di accompagnamento.

 

Quando il Re Norzang partì per il nord, i protettori della religione e le divinità tutelari del Re diventarono i suoi compagni d’armi e lo accompagnarono in battaglia.

Questa è la spiegazione classica della danza, ma vi è un’altra spiegazione più popolare.

Il figlio di un vecchio signore e una bella ragazza si sposarono. Sembravano una coppia in armonia, ma durante una lite lui le tagliò il naso. All’inizio il loro amore era grande ma con il trascorrere del tempo furono attratti entrambi da altre persone, perchè mente e corpo non sono costanti. Questa è una legge universale che spiega che non vi è reale sostanza nelle componenti della materia, ma molte persone agiscono come la coppia portando infelicità a se stessi ed agli altri.

 

Shawa sha khe: Danza del cervo e dei cani.

 

Rappresenta la conversione al buddhismo di un cacciatore, Gonpo Dorge, dopo l’incontro con il grande yogin Milarepa (1040-1123).

 

La danza è normalmente divisa in due parti; la prima viene eseguita il primo giorno e la seconda il giorno seguente. Normalmente vi sono due cani invece che uno come nel racconto vero.

La prima parte è abbastanza comica: il servo del cacciatore appare per primo e gioca con i pagliacci, quindi arriva il cacciatore con una corona di foglie, un arco e delle frecce accompagnato dai suoi due cani. I danzatori indossano una gonna lunga fino alle ginocchia di colore giallo e una maschera di cane. I servitori giocano con il cacciatore che deve far fare alcuni rituali propiziatori prima di andare a caccia; i servitori giocano con gli atsara mentre il sacerdote fa un rituale non conforme alla tradizione buddhista.

La seconda parte ha un significato più profondo: appare Milarepa che indossa un lunga veste bianca, un lungo cappello dello stesso colore e impugna il bastone del pellegrino. Canta con voce soave, con la mano destra appoggiata all’orecchio. I due cani, il cacciatore e il cervo arrivano davanti a Milarepa che li conduce sul sentiero del buddhismo.

 

Ging sum: Danza delle tre specie di Ging.

 

È la rappresentazione del paradiso di Guru Rimpoce, Zangtopelri, com’è stato visto dal tertön (scopritore di tesori) Pemalingpa (1420-1521)

I danzatori con le maschere da animali impugnano un bastone, maschere terrificanti sono indossate da quelli che impugnano una spada ed un tamburello.

L’origine della felicità per ogni essere nei tre mondi è la religione del Buddha. Per propagare questa religione prima bisogna ascoltare gli insegnamenti e, in seguito, meditarli in solitudine. Tutti i tipi di demoni che cercano di creare ostacoli alla dottrina, siano essi umani o non umani, sono chiamati Jyungpo Nyulema, e vi sono molti modi per sottometerli. Questo fu ciò che Pemalingpa vide quando si recò nel paradiso di Zangtopelri: vide la danza di tre specie di “Ging” che sono emanazioni di Guru Rimpoce. Il profondo significato di queste danze è ciò che apparve a Pemalingpa.

Anche se i demoni Nyulema possono andare ad arrecare danno nei Tre Mondi, i Ging con il bastone li possono rintracciare grazie alla loro preveggenza. Li afferrano con l’amo della saggezza e li legano con il laccio della compassione. Il Signore dei luoghi di cremazione porta la scatola contenente la mente e il corpo di questi demoni; quindi con le spade i Ging purificano l’area dalle malefatte come furti, omicidi o la separazione dalla propria divinità tutelare provocati per causa dei Nyulemas. I Ging inviano la loro mente nel paradiso della pura consapevolezza ed offrono il corpo come offerta sacrificale.

Dopo che questi demoni sono stati vinti, appaiono i Ging con i tamburi; essi battono i tamburi, e il suono simboleggia il propagarsi della dottrina in ogni luogo. La danza è fatta con lo scopo di portare felicità a tutti gli esseri.

 

Bumthang ter cham: Danza di Tamshing in Bumthang.

 

Nell’occasione della consacrazione del monastero di Tamshing in Bumthang, una notte Pemalingpa ebbe una visione in sogno e compose questa danza per spiegarla:

Quando stava per consacrare il monastero di Tamshing, nel sogno arrivarono cinque fratelli tantrici e gli dissero: “ Siccome tu sei arrivato dai tremila mondi della sofferenza, per la consacrazione di questo monastero devi eseguire la seguente danza.” Pemalingpa si svegliò, il ricordo della danza era molto chiaro nella sua mente; la chiamò: “La danza dei Ging del monastero di Tamshing” e la mostrò ai suoi discepoli. Quando questa danza viene eseguita tutti i demoni del paese sono sottomessi e gli i gioiscono.

 

Dramitse na cham: Danza dei tamburi di Dramitse.

 

Il Lama Kunga Gyaltsen, figlio di Pemalingpa, non solo ebbe molte visioni di Guru Rimpoce ma si recò anche nel suo paradiso dove lo incontrò. Quando arrivò vide che gli attendenti di Ugyen Rimpoce  si erano trasformati in centinaia di divinità pacifiche ed irate; tenevano  un tamburo nella mano sinistra e  un bastone per battere su esso nella mano destra. Kunga Gyaltsen fu testimone di questa danza e quando fece ritorno nel mondo degli uomini diede inizio alla tradizione di questa danza, insieme ad un’altra danza di tamburi composta da altri tertön, come Sangye Lingpa e Ugyen Lingpa.

 

Pacham: Danza degli eroi.

 

In questa danza non sono usate maschere; i protagonisti impugnano una piccola campana e un piccolo tamburello.

 

La danza prende lo spunto da un’altra visione di Pemalingpa. Egli incontrò Ugyen Rimpoce nel suo paradiso; quest’ultimo era circondato da un numero infinito di Pawo (eroi) e Dakini (fate) che danzavano assumendo forme di divinità pacifiche ed irate. Il significato della danza consiste nel condurre i fedeli in presenza di Ugyen Rimpoce.

 

Shinje yab-yum: Danza del signore della morte e della sua consorte.

 

Manjusri, il corpo di saggezza di tutti i Buddha, nella sua forma irata prende la forma del Signore della Morte, il protettore dei Tre Mondi. Con il suo viso da bufalo guarda nelle quattro direzioni e le benedice prima dell’arrivo del dio della saggezza.

 

Degye: Danza delle otto specie di spiriti .

 

Le otto categorie sono: yaksha, mamo, shinje, gyelpo, tsen, dus, lus e lha.

Essi sono i signori dei tre mondi e provocano la morte quando vogliono tormentare gli esseri. A causa di questo le divinità pacifiche che risiedono con i Buddha si emanano come loro capi e sottomettono i suddetti demoni portando pace e protezione per la dottrina. La danza è eseguita dalle divinità pacifiche che prendono possesso dei danzatori.  

 

tradotto da Kristin Blancke e Franco Pizzi  da un opuscolo publicitario dell'agenzia Intrek, Paro.

 

ADESSO  IN  TIBET

 

 

 

 

La natura intatta. Il medioevo dei monasteri. E la modernità imposta dai cinesi, che dopo quasi mezzo secolo tenta di convivere con la cultura himalayana. 

Uno scrittore che conosce bene il passato racconta il presente

 

di: Franco Pizzi

   

Khoreeee!!! L'urlo alle mie spalle mi raggiunge mentre sto salendo sul barcone per Samye. Mi giro. Tenzin, il mio amico khampa, un'etnia nomade a est di Lhasa, è fermo a pochi metri da me, con il suo viso bruciato dal sole e segnato dal vento, il suo vestito tradizionale e i capelli raccolti sulla nuca. Ci imbarchiamo assieme ad altri venti o trenta tibetani che, come noi, vanno in pellegrinaggio al monastero. Con altri cinque suoi amici ci sediamo in cerchio sulla piattaforma di legno a prua riparandoci dal sole con degli ombrelli. Tenzin mi presenta raccontando che sono un praticante che ha fatto ritiri nei monasteri e parla la loro lingua correntemente. I ragazzi rimangono perplessi, mi guardano e accennano a qualche parola in tibetano. Rispondo e loro ridono. Intanto tirano fuori alcune bottiglie di chang, una specie di birra di orzo, che ci terrà compagnia durante le due ore di traversata dello Tsangpo. Rompo l'imbarazzo. Metto a disposizione un pacchetto di sigarette e dico a Tenzin "Si beve?". Risata degli amici, le bottiglie si aprono e dalle bottiglie si beve. Ennesima prova che i tibetani sono un popolo allegro; il loro anno è pieno di ricorrenze religiose e, in mancanza di queste, festeggiano un avvenimento nel villaggio o qualsiasi altra occasione li allontani dal lavoro o regali loro un pó di tempo per mangiare carne secca di yak, bere chang, ballare e cantare. Infatti, altri pellegrini, incuriositi, si avvicinano. Tra loro, un vecchio signore, di età indefinibile, mi guarda incuriosito, un po' dubbioso, come tutti i montanari del mondo, poi chiede a Tenzin: "Su re?, chi è?". Rispondo io, in tibetano, e lui rimane sconvolto: "Chi è questo demone bianco sconosciuto tra le nostre centinaia di demoni e dèi che parla la mia lingua? Ma parla la mia lingua o ho capito male?", continua a chiedere al mio amico. Tra risate e birra arriviamo all'altra sponda del fiume e ci prepariamo a salire sul cassone del camion che fa servizio "shuttle" fra il ferry e il monastero. La pista attraversa un paesaggio irreale: dune di finissima sabbia bianca sulla destra verso il fiume, pareti di roccia a sinistra. In lontananza, attraverso gli alberi che lo circondano, si intravede il tetto dorato del tempio principale del monastero, l'Utse lha khang che rappresenta il monte Meru, il centro dell'universo secondo la tradizione tibetana: Samye è, infatti, concepito come un mandala architettonico. Questo centro religioso è un pó un emblema della storia recente del paese. Il tempio maggiore, infatti, fu ridotto a due piani nel periodo della rivoluzione culturale, perché secondo una "logica" delle guardie rosse ogni edificio che superasse i due piani doveva essere abbassato. Una "logica" che applicarono in tutto il Tibet. Il monastero fu trasformato in comune agricola e parte dei suoi templi venne distrutta. Ripresasi dalla sbronza violenta delle guardie rosse, la Cina recentemente ha aiutato nella ricostruzione di molti monasteri compreso questo.  Qualche anno fa, ho assistito a una cerimonia di funzionari cinesi che, simbolicamente, restituivano ai Lama testi e denaro: tutto si svolse in un'atmosfera serena e i cinesi furono molto gentili, mi lasciarono persino fotografare. 

La mattina dopo, ripresa la navigazione verso Dorje Drak su una gowa, la piccola barca tipica tibetana di pelle di yak che sembra un guscio di noce, non ho potuto non soffermarmi a pensare come questo enorme fiume placido dividesse quassù, sul tetto del mondo, due modi di vivere completamente differenti. Infatti alla mia sinistra vi era la superstrada che collega Lhasa con Tsedang ben asfaltata e percorsa da veloci Toyota; a destra, dune, sentieri che s'inoltravano in valli profonde dove ancora qualche yogin mantiene la condotta degli antichi eremiti, villaggi di pescatori con le barche che asciugano al sole e dove i mezzi di trasporto sono rimasti i cavalli e gli yak. 

All'ora di pranzo ci fermiamo nel villaggio del barcaiolo, un piccolo borgo di pescatori, povero ma decoroso. Nessuna traccia di presenza cinese, neanche una bandiera come si vedono spesso nei villaggi sulla strada che scende verso il Nepal. Mentre si mangia, pesce naturalmente, chiedo a Tenzin cosa pensa, questa gente, dei cinesi. "Loro vogliono avere da mangiare e un lavoro, chiunque ci sia al governo ha poca importanza, sono molto lontani dalla vita della città", risponde. "Ma cosa pensano del Dalai Lama?". "Ognuno di loro spera di poterlo incontrare, almeno una volta nella vita, per avere la sua benedizione". 

Nel pomeriggio sbarchiamo a Dorje Drak. È un monastero differente dagli altri perché si trova sulla sponda del fiume, contrariamente all'uso locale di costruirli in fondo alle vallate o abbarbicati alle montagne. Qui vive un vecchio yogin. Entro nella sua camera: un altare e la cassa di meditazione in cui siede è tutto quello che c'è. M'invita a sedere vicino a lui, mi offre del pöcha, il tè tibetano con il burro, e io gli chiedo un mo. I mo sono divinazioni che vengono eseguite con il rosario, i dadi o le ossa di pecora. Lui sceglie i dadi e li getta sulla sua veste dopo avere recitato alcune preghiere. Poi mi guarda dritto negli occhi e mi dà il responso con gentilezza e un sorriso. 

La barchetta del mattino precedente mi riporta dalla sponda medievale a quella moderna: è ora di affrontare Lhasa. Tutte le volte che arrivo nei pressi dell'antica "città proibita" del Paese delle Nevi mi fermo un po' prima per osservarla. Tra il cemento delle nuove costruzioni cinesi emerge, sul fianco della collina Marpo-ri, il leggendario palazzo del Potala, residenza dei Dalai Lama che, sicuramente, fu una sorpresa anche per i carovanieri, per gli indiani, nepalesi e per la molta gente che tempo fa si avvicinava a Lhasa e, come faccio io, si fermava sulla sponda del fiume Kyiciu ad ammirare i tetti dorati che si possono vedere a chilometri di distanza. Il Potala, con i suoi 13 piani, 400 m da est a ovest e 350 da nord a sud, è misterioso da lontano, possente visto dalla piazza sottostante e un museo freddo e buio all'interno. Acquistato il biglietto d'ingresso mi immergo nella folla di pellegrini. Nelle mani stringono una chöme, una lampada a burro, e si prosternano davanti a ogni singola immagine o altare incontrato negli stretti corridoi e nelle ampie stanze. Una grande fede quella dei tibetani! Molti, arrivati da luoghi lontani, non si fermano, come faccio io, davanti ai troni o alle lampade d'oro, ma avanzano curvi, in segno di devozione, davanti a tutto. 

Esco sotto il sole abbagliante del Tibet e vado in quella che considero ancora la vera Lhasa, il quartiere del Barkhor. I cinesi hanno pensato bene di rimodernare la stupenda piazza davanti al tempio più sacro di Lhasa, se non del Tibet: il Jokhang. Mi ritrovo non più in una piazza lastricata da pietre antiche, come qualche anno fa, ma  in uno spazio pavimentato di freddo cemento, anche se i tibetani che inseguono gli occidentali per vendere i souvenir sono rimasti gli stessi. Una sorpresa simile mi aspetta al lago Namtso, detto il lago del Cielo perché si trova a 4700 m. Lo ricordavo come una gemma turchese immersa nel silenzio assoluto, rotto solo dal suono cupo del vento che muoveva le tende nere dei drokpa, i nomadi, che impassibili accudivano ai loro yak. Lo trovo, invece, invaso dal rumore delle ruspe cinesi che scavano e dagli accampamenti degli operai del cantiere: i cinesi hanno avuto la sbalorditiva idea di costruire una strada in uno dei luoghi più belli e più selvaggi del Tibet. 

Ripresa la strada verso il Nepal, attraverso ancora alti passi e deserti costellati da vecchie fortificazioni fino a Nyalam. Questo luogo è famoso per la grotta in cui il santo Milarepa meditò per molti anni e per la vista sull'Himalaya. All'alba, su un pianoro deserto e immenso, spazzato dal vento freddo dei 4300 m, guardo quelle cime lontane colorarsi di rosa, l'Everest spicca fra le altre e velocemente inizia a coprirsi di nuvolette tornando invisibile e misterioso, come una divinità che si è mostrata solo per un istante per ricordarci la sua bellezza e la sua potenza. Nyalam vuol dire "la strada dell'inferno", che infatti scende a precipizio incassata fra gole abissali. In alcuni tratti è strettissima con precipizi altissimi. A 1400 m il paesaggio cambia, si fa più tropicale e caldo. All'orizzonte si intravede Kathmandu: un altro mondo. (A cura di Marilena Malinverni)

 

Libri e guide. Breve ed esauriente introduzione a cultura, religione, storia del Paese e interviste a profughi tibetani sulla situazione in India e in Patria, anche voci molto critiche, in "I Tibetani" di Franco Pizzi (Xenia).  

 

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